MATTIA e NICOLA

Quito, 17 luglio 2012

Da fine giugno a metà luglio sono stati con noi due seminaristi della nostra diocesi di Padova, lascio a loro la parola e la tastiera in modo che possano condividere con voi qualche scintilla di Ecuador.

Ci chiamiamo Mattia e Nicola, siamo due seminaristi del quinto anno del seminario di Padova. Nel nostro cammino di formazione è prevista un’esperienza missionaria in una delle quattro missioni diocesane (Kenia, Ecuador, Brasile e Thailandia).

Quest’anno siamo stati divisi in coppie e divisi in tre missioni. Noi siamo venuti in Ecuador. Questa esperienza ci ha permesso di condividere, se pur per poco tempo, la vita ordinaria con i nostri missionari e di incontrare questa realtà così diversa da quella cui siamo abituati.

Ciò che più ci ha colpito è stato il gran numero di bambini presenti in questa zona… bambini molte volte lasciati soli perché i genitori, impegnati nel lavoro, affidano ai fratelli maggiori il compito di accudire ai più piccoli.

Acquista un senso profondo l’esperienza del “Campamento” (il Grest) che le due parrocchie, con cui abbiamo condiviso questa esperienza, propongono per i bambini e per i ragazzi. Diventa così occasione di crescita, di formazione, di responsabilizzazione e di fraternità tra ragazzi.

Aver visitato altre realtà, quelle in cui opera l’Operazione Mato Grosso per esempio, e quelle che impegnano molti religiosi, ci hanno permesso di aprire la mente e il cuore al bene che molte persone fanno anche senza vedere grandi risultati… questa è un’esperienza di grande umiltà e ci fa sentire veramente uno strumento in mano al Signore.

 

Ciò che ci portiamo a casa da questa esperienza è sicuramente la gioia di aver condivisoquesta esperienza con preti che amano la missione e si donano per questa realtà. Ci portiamo a casa inoltre le difficoltà che incontrano i nostri missionari operando in una terra di missione. Prendiamo consapevolezza che i missionari sono coloro che accompagnano e stimolano altri fratelli a camminare insieme per costruire una comunità cristiana radicata nel Signore.

Mattia Bozzolan e Nicola Carolo

 

Io sto bene.

In queste settimane un po’ preso con l’accompagnamento degli animatori delCampamento Vacacional e il Campamento stesso. Gli animatori sono bravi, i bambini sono tanti. È bello vedere gli animatori che danno del loro meglio per la gioia dei piccolini. È bello vedere i ragazzetti che si avvicinano agli animatori non con il timore di essere picchiati (come purtroppo spesso passa in casa) ma con la felicità di potersi divertire in modo bello almeno per qualche ora del giorno.

Hasta luego

p. Giovanni

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TRA PARTENZE E ARRIVI

Giugno: mese di visite e di partenze.

Da giovedì 7 a domenica 17 giugno abbiamo gioito della presenza padovana di Vanna (dell’Ufficio Missionario) e di Onorina (psicologa e collaboratrice nelle istituzioni diocesane).  Noi missionari abbiamo desiderato la loro partecipazione per avviare un lavoro di gruppo sulle relazioni. Per questo ci siamo ritirati per alcuni giorni presso la casa di spiritualità “Foyer de Charitè”, all’ombra del famoso vulcano Cotopaxi. Proprio Onorina ci ha accompagnati nelle faticose ma preziosissime dinamiche di gruppo. Con la lente di ingrandimento siamo entrati nelle nostre storie per dare un volto e un nome ai sentimenti e ai fatti che costituiscono il mondo di ciascuno. Tutti abbiamo goduto di momenti intensi che ancora una volta ci hanno consegnato strumenti importanti per fare pulizia nei nostri cuori e così guardarci in faccia con la stima e la conoscenza reciproca, necessari per una sincera e fruttuosa vita comune.

Vanna, invece, oltre che a condividere momenti di vita quotidiana (preparando delle ottime cenette italiane…il risotto agli asparagi, tanto per nominare un piatto), ha presentato la sintesi del Convegno Ecclesiale di Aquileia, svoltosi lo scorso aprile. E considerata la sua competenza contabile, ha “dato i numeri”, ovvero ha consegnato il bilancio economico dell’Ufficio Missionario di Padova. Dobbiamo ammettere che il tempo condiviso con Onorina e Vanna è stato davvero un gran regalo che ci ha permesso di respirare molta serenità e intravedere belle speranze.

Con loro ha preso l’aereo per rientrare in Italia Nicola Zerbetto (originario della parrocchia di Tribano), che dopo tre anni di servizio nella parrocchia di San Lucas in Carcelèn Bajo come laico fidei donum, ha terminato la sua esperienza missionaria.

Anche Lorenza Bertazzo nel pomeriggio di domenica 1° luglio è decollata alla volta di Fossaragna (…Italia!?) dopo tre anni e mezzo di impegno missionario nella stessa parrocchia dove vivo io, María Estrella de la Evangelización. Il sabato precedente è stata salutata con una calorosa festa alla presenza dei piccoli del C.A.E., dei loro genitori, dei giovani e degli adulti dei gruppi parrocchiali e di numerosi altre persone…e tante lacrime hanno bagnato i volti di chi ha trovato in Lorenza una presenza sicura, forte e affettuosa.

A salutare Lorenza c’erano pure Mattia e Nicola, due seminaristi del quinto anno di teologia (arrivati nel pomeriggio di venerdì) che inseguendo la tradizione del seminario patavino stanno conoscendo e condividendo l’esperienza in una delle missioni diocesane. Con noi rimarranno fino al 15 di luglio.

E di partenze si tratta quando un nostro fratello lascia la vita terrena per l’eternità. In pochi giorni ho celebrato il funerale di un suicida di 52 anni, di un bimbo deceduto poche ore dopo essere venuto alla luce e quello di un anziano di 92 anni. Sono alle prime armi nell’accompagnamento dei lutti ecuatoriani. Le celebrazioni delle esequie sono differenti da quelle classiche italiane. Non sempre si celebra la Messa, a volte chiedono solo una benedizione (ma che sia sempre bella abbondante di acqua) o una celebrazione della Parola, o la preghiera del rosario…o molto spesso nemmeno veniamo  a conoscenza della morte dei nostri parrocchiani.

In occasioni come queste mi sto rendendo conto della solidarietà che si stringe ai familiari da parte dei parenti, vicini o conoscenti, grandi e piccini, che passano uno o due giorni consecutivi (e anche di notte) a vegliare attorno al defunto cantando, mangiando, bevendo e…a volte pregando. Qua non si ci nasconde di fronte alla morte. E’ una realtà talmente normale, talmente familiare che non fa paura. Il morto riposa in casa come qualsiasi altro membro della famiglia.

La parrocchia in questi giorni è anche un cantiere aperto per la preparazione del campamento vacacional (il grest!) che vede la collaborazione di circa un’ ottantina di animatori adolescenti e prevede la presenza di circa 500 bambini dai 4 ai 13 anni.

Per quanto riguarda la mia salute, ho appena terminato un ciclo di terapie al braccio sinistro che ha subito un fastidioso strappo muscolare in seguito a dei pesanti lavori di manutenzione all’esterno della casa…i me dise che chi non xè abitua a lavorare se farà sempre mae!

 La torrida estate italiana obbliga a staccare la spina: auguro un proficuo tempo di riposo necessario per ricaricare le batterie e poi continuare con serenità ogni attività.

¡Hasta luego!

don Saverio

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IL SALUTO DI LORENZA AL TERMINE DELLA SUA ESPERIENZA MISSIONARIA

Quito, 1° luglio 2012

Mancano pochi minuti alla partenza e sento il bisogno di ringraziare tutte le persone che in questi anni di missione mi hanno sostenuto nelle diverse forme.

Grazie, alla Chiesa di Padova e alla Chiesa di Quito che mi hanno permesso di vivere questa esperienza come “fidei donum”.

Grazie alla gente di questa comunità che mi ha accompagnata a comprendere che la Speranza è quella parte della fede che ci fa mettere in ginocchio per un futuro e un presente di bene che si concretizza nella carità.

Grazie ai missionari fidei donum della diocesi di Padova che hanno condiviso con me una vita comunitaria quotidiana.

Grazie a tutti.

Lorenza

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IL SALUTO DI NICOLA AL TERMINE DELLA SUA ESPERIENZA MISSIONARIA

Quito, 16 giugno 2012

Non mi piacciono molto gli addii, troppi sentimenti e uno rischia di piangere, mi piacerebbe dirvi qualcosa di saggio que lasci un’impronta nel cuore di chi ascolta peró devo scendere dalle nuvole e rendermi conto che il mio spagnolo non mi permette tanto…

Siccome il padre ha giá fatto l’omelia non posso neanche essere troppo lungo non mi piacerebbe vedervi cadere a terra e farsi male… sapete che il sangue é difficile da pulire…

E giá cosí ho bruciato alcuni minuti di tempo…

Ora sì, seriamente… Mi piacerebbe condividere con voi alcune parole semplici di un libro per bambini e per adulti che ancora sognano come bambini IL PICCOLO PRINCIPE:

Non si vede bene che col cuore. L’essenziale é invisibile agli occhi.

Tre anni fa non sapevo che significava “l’essere missionario”, cosa dovevo fare come missionario, che si aspettava la gente da me, se sarei riusciuto a imparare la lingua, adesso posso ammettere che siete buoni a capire quello che voglio esprimere,  se mi sarei sentito a casa in questo piccolo pezzo di cielo.

Ho imparato a conoscermi un po’ meglio, ho imparato che la vita si vive adesso e qui con le persone che incontro e non ieri o domani, ho imparato che uno straniero che vive in canonica deve essere un sacerdote, ho imparato ad arrabbiarmi e a rendermi conto che l’unico che perdeva qualcosa ero io, ho imparato molte cose, alcune parolacce, che la frutta é buona, però si lo sapevo anche prima, ho imparato che se voglio essere cristiano non c’é orario d’ufficio ma tutto il tempo della mia vita, ho imparato ad ascoltare, poco é meglio che niente, continuo a essere logorroico a volte.

Quindi grazie degli occhiali che avete posizionato sul mio cuore, ora posso dire di vedere un poco meglio spero un domani non aver bisogno di occhiali per vedere con il cuore, per vedere l’essenziale della vita, i semi di speranza che nostro Padre Dio colloca ogni attimo nel mio cammino e nei vostri cammini. Grazie per essere esempio di fede nelle difficoltà giornaliere, per continuare a credere quando la ragione dice che non ha più senso farlo.

Negli addii é bene anche chiedere perdono oltre che ringraziare quindi chiedo scusa a tutti quelli a cui posso aver mancato di rispetto, gridando o facendogli fare brutta figura di fronte ad altre persone, una catechista ha detto “ é un fiammifero Nicola…” credo che mi possa descrivere bene, serio a volte troppo, irascibile solo a volte però, fiammifero nel senso di accendermi rapidamente al mino stimolo per poi spegnermi e dimenticarmi di chiedere scusa, chiedere perdono, lo faccio adesso perché chissá cosa ci aspetta domani, qui e ora é il momento migliore.

Condivido un’altro scritto il titolo é PER CHI SUONA LA CAMPANA riferendosi a che quando c’é un funerale generalmente le campane suonano con un suono che si riconosce e avvisa della morte di qualcuno nellaa cittadina:

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una nuvola venisse lavata via dal mare, il Mondo ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.

 

Il sentirmi fratello fra fratelli uniti in una relazione che vá piú in là del sangue, uniti nell’Amore dello stesso Padre Dio. Sono legato a voi per un vincolo che non si riferisce solo ad appartenere alla razza umana   ma apparteniamo alla stessa Famiglia Cristiana. Ora sono diviso fra due amori la mia terra d’origine e questo piccolo pezzo di cielo che ho imparato ad amare e mi rendo conto di non essere un’isola dopo averlo creduto per un buon tempo per difendermi , proteggermi dai sentimenti, grazie a voi posso capire meglio queste righe, adesso posso leggerle con il cuore e vedere che l’essenziale é amare la vita perché un dono gratuito di Dio.

 

Nicola Zerbetto

 

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FAUSTO, RENE’, DANILO

Quito, 7 giugno 2012

 

Sono i tre vescovi di Quito. Mentre Renè e Danilo sono i due ausiliari (quelli che danno una mano), Fausto è il vescovo che “comanda”. È un frate francescano, la sua chioma bianca ricorda i suoi 70 anni e più, con le sue battute e il suo modo di fare dimostra uno spirito vivace e buono. Metà della settimana la passa a Riobamba (3 ore a sud di Quito), da più di sei mesi sono senza vescovo e lui fa un po’ e un po’. Qui in Ecuador non esiste il sostentamento del clero, quindi i sacerdoti per arrivare a fine mese devono un po’ arrangiarsi. Se riesci a farti mandare in una parrocchia ricca non ci sono problemi, ma se ti capita una parrocchia povera … beh, o trovi da insegnare in una scuola cattolica, o celebri una marea di messe e sacramenti lasciando da parte la pastorale, o tiri la cinghia. “La fraternità parte dal portafogli” ripete quasi ad ogni riunione del clero il vescovo Fausto, “Non chiedete a me di trovare soluzioni, iniziate ad aiutarvi tra di voi sacerdoti. Chi è in una parrocchia ricca aiuti i sacerdoti più poveri. Siete confratelli no?”.

 

Il vescovo Renè ha il faccione sorridente, è bello robusto per non dire rotondo. Quando predica si scatena, un vocione e una energia che contagiano. Alla festa dei Chierichetti ha fatto partire un seminarista vestito da angelo dal fondo della Chiesa e usando le ali di polistirolo che portava, ha spiegato che cos’è il Paradiso e perché sarebbe bello andarci. Durante la settimana lo trovi in Curia, a ricevere i sacerdoti. Il sabato e la domenica ritorna nella sua parrocchia e fa … il parroco.

Il vescovo Danilo è piccoletto, vive in casa con i suoi genitori a Quito. Gira con la veste talare. Si è preso l’impegno di visitare tutti i collegi (le scuole superiori) e tutte le case delle varie congregazioni religiose che ci sono a Quito. Piccolo ma profondo. Domenica scorsa è venuto a celebrare la Cresima in parrocchia. Quando è arrivato il momento di rinnovare la fede ha chiesto che la gente gridasse: “Rinuncio e Credo”, perché diceva: “Se gridate di gioia quando la Nazionale segna un gol, perché aver paura di gridare che crediamo in Dio?”.

Durante l’ultima settimana di maggio, recitando il rosario in una casa con la gente delbarrio, alla fine un papà si è avvicinato chiedendomi se il terremoto in Italia aveva fatto del male a don Francesco (il missionario che ha accompagnato la nascita della nostra parrocchia; adesso parroco di Maserà). È stato bello vederlo sollevato quando gli ho risposto che le zone colpite non erano quelle dove viveva “el padrecito Francisco”. Girando per la parrocchia durante maggio, recitando il rosario o in un barrio o in un conjunto, sempre saltava fuori la statuetta della Madonna regalata dal padre Francisco; le radici della parrocchia sono anche in questi capitelli, alcuni minuscoli, che ricordano un dono semplice entrato nel cuore della gente.

Il 27 maggio è stato il compleanno della parrocchia, 14 anni. La processione e la messatutti insieme. Il pranzo comunitario, i giochi e i balli. Il giorno della festa ho preso anche parole da una signora. Vista la quantità non molto elevata di agilità che ho ricevuto in dote, non è che il ballo sia una delle mie passioni preferite, anzi… soprattutto quando le signore più attempate si avvicinano con il fare minaccioso di chi vuole a tutti i costi farti fare quello che vuole lui. Una di queste, di fronte al mio rifiuto mi ha risposto: “Eh no padrecito, così non si fa”… sarà meglio che prenda qualche lezione e che mi lasci un po’ più andare se non voglio far arrabbiare tutta la parrocchia in pochi mesi. In tutte le feste, piccole o grandi che siano, semplici o ricche, indigene o afro, cattoliche o no, prima o poi si balla, anzi prima o poi si deve ballare.

Oggi, 6 giugno, ricordo gli 8 anni di sacerdozio. Dalle rive dell’Adige e dalla Riviera del Brenta alle Ande della Sierra ecuatoriana, chi l’avrebbe mai detto. Quando si dice sì è sì.

Hasta luego

p. Giovanni

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Centro di detenzione provvisoria

Carcelén Bajo, 7 giugno 2012

In uno dei giorni precedenti alla domenica delle Palme è avvenuto un tragico incidente automobilistico in una strada della parrocchia di San Lucas: un giovane ventenne, guidando il taxi del papa’, ha investito una giovanissima famiglia, provocando gravi danni fisici al marito ed ai due figli e purtroppo la morte della mamma.

Come parrocchia stiamo aiutando economicamente questa famiglia, soprattutto per le spese mediche, in quanto l’assicurazione tarda anzi resiste nel inviare il suo contributo. I nonni materni si sono assunti la responsabilità educativa del figlio maggiore di 8 anni e lo hanno portato con sé in Colombia dove vivono. Il giovane papà, che si sta riprendendo e già cammina senza stampelle, invece si fa carico del piccolino di 8 mesi, al quale sono state applicate protesi in entrambe le gambe.

Questa lunga introduzione mi serve per parlare piuttosto del giovane autista del taxi, che si trova ora in… prigione!

Già lo sapete che le leggi non sono uguali in tutto il mondo. Il codice stradale equatoriano afferma per esempio che chi provoca o anche subisce un incidente stradale, in cui vi siano vittime o feriti gravi, viene immediatamente portato in prigione, in attesa di processo o di giudizio. Pertanto, anche se un ubriaco ti attraversa immediatamente la strada e tu non fai in tempo ad evitarlo e lo uccidi o ferisci gravemente, sai che per legge sei destinato alla gattabuia almeno per alcuni giorni.

Ebbene, questo giovane ventenne, occasionale autista del taxi del papà, ora si trova in prigione. Beh, dirò che non è la prigione vera e propria, dove vengono incarcerati ladri, delinquenti ed assassini. È, come ricorda il titolo, un centro di detenzione provvisoria per malcapitati in incidenti stradali. Lo ripeto: la polizia non deve giudicare chi è colpevole o innocente, ma deve semplicemente detenere chi è coinvolto nell’incidente e portarlo nel luogo di detenzione fino alla data del processo.

Qualche giorno fa ho incontrato un parente di questo giovane ed ho appreso che si trovava ancora in questo centro. Ho deciso allora di andare a trovarlo, chiedendo di essere accompagnato. Gli stessi genitori si sono proposti e assieme a loro l’altro ieri sono entrato in questo centro, che per la verità avevo già visitato lo scorso anno, in novembre, per trovare un altro parrocchiano adulto che aveva ucciso con la sua auto un bambino di 4 anni che stava giocando per strada.

Con la mia auto entro nel parcheggio e mi trovo davanti a una piccola porta, presidiata da vari poliziotti. La mamma del giovane subito si giustifica, essendo noi entrati al di fuori dell’orario di visite, dicendo che il figlio le aveva dato appuntamento all’entrata poiché tornava da un interrogatorio richiesto dalla procura. All’arrivo del figlio, scortato da 4 poliziotti, mi rendo conto di non averlo mai visto, mi pareva un estraneo. Oltretutto osservo che non cammina bene, possiede una evidente disabilità agli arti inferiori: seppur lentamente, comunque cammina con le sue gambe. Lui invece mi si avvicina e mi saluta come se mi conoscesse bene: Hola, padrecito. Qué gusto que haya venido a visitarme.

Assieme a lui e con il consenso dei poliziotti entriamo nella “prigione”. Uno dei poliziotti apre la unica porta d’entrata, con le classiche sbarre, e poi la chiude dietro di noi. Eccoci in prigione: si tratta di una sola stanza, uno stanzone dormitorio con almeno 30 letti a castello, atti ad accogliere fino a 60 detenuti. Nella parte opposta si accede ai bagni, senza una porta né una tenda, solo un muro che ne impedisce la vista, ma non gli odori! Qui vivono, nel tempo che li separa dal processo, i detenuti, che in quel momento erano trenta: 6 stavano guardando la tv al centro della sala, altri 5 giocavano a carte, altrettanti erano nei bagni, non tanto per bisogni fisiologici, quanto per telefonare nell’unico luogo dove ci fosse la possibilità di parlare senza brusio. Tutti gli altri erano distesi a letto, o a leggere o al computer, o a chiacchierare o a riposare: ognuno nel proprio letto, ossia nell’unico posto in cui potessero avere un po’ di privacy! Impressionante il fatto che una trentina di maschi adulti, spesso convinti della propria non colpevolezza, debba rimanere rinchiusa in un luogo tanto angusto per alcuni giorni, talora settimane, talora mesi!

Eh, sì! Non si può essere sicuri di uscire subito o in tempi brevi: il mio giovane parrocchiano mostrava preoccupazione ed agitazione con la mamma, perché disgustato di perdere tanti giorni di scuola all’ultimo anno delle superiori e timoroso soprattutto dell’eventualità di non poter uscire per affrontare gli ormai prossimi esami di maturità, giacché la legge non permette né di uscire per motivi scolastici né di essere esaminati all’interno del centro di detenzione.

Insomma, non potendo far nulla da prigioniero per migliorare la propria situazione, cercava di informare i suoi genitori quanto ai suoi diritti e di indirizzarli agli uffici di avvocatura che meglio lo possano aiutare.

Mentre ascolto, capisco che è un mondo che non conosco molto, fatto di avvocati, leggi ed anche raccomandazioni. Forse il massimo che posso fare per lui è dialogare con la famiglia da lui coinvolta nell’incidente perché ritiri l’accusa o perlomeno la mitighi.

Mentre mi congedo, mi chiede se conosco un altra persona di Carcelén Bajo, che è detenuto da parecchio tempo. E mi spiega che si tratta di un uomo che alcuni mesi fa in un incidente aveva provocato la morte di un bimbo di quattro anni! Mi sorprendo che quest’uomo che già avevo visitato agli inizi di novembre, prima di ripartire per le cure cervicali in Italia, dopo tanti mesi fosse ancora detenuto!

Era uno di quelli che giocava a carte. Mi avvicino ed ora mi riconosce come il padrecito. Quindi, senza l’entusiasmo di sperare in un miracolo, mi parla della sua situazione, dicendomi che si sono dimenticati di lui, che il suo avvocato non riesce a muovere la situazione e che, nonostante l’accusa della famiglia dopo alcuni mesi sia decaduta, lo Stato non permette che la detenzione venga sospesa. Mi dichiarava infine, con falso orgoglio, che solo un altro detenuto lo batteva in tempo di permanenza.

Sorpreso e dispiaciuto, dico solo che avrei tentato di contattare il suo avvocato per capirne di più e magari trovare o favorire una qualche soluzione. Uscendo dal centro e congedandomi da tutti, continuavo a sorprendermi del fatto che quest’uomo per un lunghissimo periodo, quasi sei mesi, mentre io andavo in Italia, mi curavo, facevo terapie, mi rimettevo in sesto, ritornavo in Ecuador e riprendevo il ritmo della parrocchia, lui era rimasto in quello stanzone, dimenticato dalle istituzioni e forse anche abbandonato dalla sua famiglia.

Padre Giampaolo Assiso

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LA COMUNITA’ IN FESTA

Quito, 31 Maggio 2012

Maggio per la nostra Parrocchia “Maria Estrella de la Evangelizaciòn” è stato il mese della comunità, dove, attraverso la collaborazione di molta gente abbiamo potuto vivere un mese di preghiera nei diversi quartieri della comunità, per poi ritrovarci tutti riuniti l’ultima domenica di maggio per celebrare i 14 anni della fondazione della nostra parrocchia.

Nel pensare alla grande festa della scorsa domenica, dove tutto è stato accompagnato con semplicità, entusiasmo, fede e molta partecipazione mi sono chiesta ancora una volta: che cos’è la comunità parrocchiale e che cosa, io a livello personale, devo mettere in comune e condividere per vivere uniti nella stessa Fede in Cristo?

Giusto ieri sera don Nicola ha preparato una mega pizza per le persone che hanno collaborato nella festa comunitaria e nel momento del dolce io ho detto che non volevo mangiarlo perché era pieno di alcool, le persone che mi erano vicine mi hanno chiesto il perché di questa scelta così drastica e io ho spiegato con molta semplicità che è una scelta che inizialmente avevamo preso come famiglia e che poi io ho personalizzato in questa forma: “Non bevo alcolici o non mangio cose che lo contengono per accompagnare le persone che stanno uscendo dall’alcolismo. Io non so se tra voi qui dentro ci sia o no un alcolista, ma se ci fosse, il solo mangiare un dolce con alcool o il semplice bere una birra per lui sarebbe un dramma, perché tutte le cellule nervose inizierebbero a “impazzire”, per lui sarebbe un riiniziare un’altra volta.  Il mio, è un rinunciare per il bene degli altri e poi, rimanendo a stretto contatto con i bambini di qui mi accorgo sempre più che è difficile fargli comprendere il concetto del sapersi regolare con il vino o con la birra, perché la maggior parte di loro a causa di genitori alcolizzati, hanno sperimentato la fame (i genitori consumano lo stipendio settimanale in birra e a casa non arrivano soldi per comprare il mangiare basico), la violenza, l’abuso e l’abbandono. Ai bambini puoi dire quello che vuoi sul fatto che si beve un bicchiere di vino ai pasti e che questo fa bene. Purtroppo, sembra che la violenza che questi bambini “respirano” non permetta di far entrare nella loro testa concetti sul sapersi regolare. Per questi bambini vedere un adulto bere significa perdere la fiducia in quell’adulto, perché ai suoi occhi è come gli adulti che a casa sua bevevano. Da quello che vedo a 5-6-12 anni, un bambino non ha ancora sviluppato un chiaro processo di rielaborazione dei traumi, quindi tutto ciò si complica e personalmente vedo più facile aiutarli restando accanto  a loro con la forma che loro stessi vogliono vivere e vedere gli adulti”. A volte nella vita comunitaria si deve saper rinunciare a qualcosa per il bene degli altri, soprattutto uno deve avere il coraggio di esprimere i propri valori, anche se agli occhi degli altri può apparire “scelta estrema” o cretinata questo non importa, perché se una motivazione è fondata val la pena portarla avanti, l’importante è che non danneggi il bene degli altri.

 

Sempre domenica, nella grande festa tra i tanti gruppi che hanno partecipato con balli,canti, teatro e giochi c’era un coro “nuovo” di bambini della parrocchia. È un coro che è nato grazie a Johana, una bellissima bambina di 7 anni che non volendo passare i suoi sabati pomeriggi a casa veniva al catechismo con sua sorella dicendo alla mamma che noi della parrocchia l’avevamo invitata. Aspettava la fine del catechismo della sorella giocando nella piazza. Quando la mamma ha scoperto questa cosa, l’ha castigata e Johana si era molto rattristata per questo, allora un giorno le ho chiesto cos’è la cosa che più le piace fare e lei, con il suo timido sorriso, mi ha detto: “cantare”. Così mi sono ritrovato con suor Gloria e Aurora a pensare un coro per i bambini per animare la messa delle 11.00 di ogni domenica. Da un mese a questa parte abbiamo iniziato questo coro che a volte ci fa morir da ridere, perché i bambini sono talmente piccoli che non sanno ancora leggere, ma è bello vederli orgogliosi del piccolo contributo che anche loro possono dare alla comunità. A volte le parrocchie non creano spazi protetti e guidati per le nuove generazioni e così si perdono le potenzialità che le nuove generazioni possono dare per il bene di una comunità.

Sabato poi, prima della grande festa parrocchiale, abbiamo organizzato un pellegrinaggio verso il Santuario del Quinche e Dayana (la bambina di 9 anni che spesso nomino nelle mie lettere) mi ha chiesto se potevo accompagnarla. Dato che era un suo grande desiderio, l’ho esaudito e così alle 5.00 della mattina siamo partite a piedi (con altre 50 persone della parrocchia) per raggiungere il Santuario. Dopo 2 ore di cammino Dayana mi dice che vuole fermarsi e prendere una corriera per arrivare al Quinche, riposiamo 5 minuti e nel partire mi dice che ha cambiato idea e che lei è venuta per camminare e così farà. Questa determinazione mi ha stupito (da lì dovevamo camminare altre 5 ore) e  dopo aver affrontato la salita più difficile mi invita a pregare il rosario però con misteri suoi personali. Abbiamo detto un “sacco” di Ave Maria e le sue petizioni-misteri sono stati questi: “Per i miei papà perché la smettano di bere; per i sacerdoti della parrocchia perché possano essere più amabili; per i suoi fratelli perché possano essere sempre uniti qualsiasi cosa capiti; per i catechisti perché possano far conoscere Gesù ai bambini; per me perché possa essere sempre missionaria; per la mamma perché la smetta di litigare con papà; per lei perché possa essere una buona studentessa; per Byron perché possa perdere le sue paure (lei stessa le ha chiesto su cosa pregare); per Sylvia, Yarun, Sofia di Caritas perché possano sempre aiutare gli altri”.

Dayana ha saputo pregare per tutte le persone che per lei fanno parte della comunità, per quella comunità che lei stessa un mese fa in un gruppo biblico, l’ha definita come l’ambiente che le da felicità.

Come posso vivere io nella comunità? Analizzando questo mese, vedo importante saper ascoltare la gente che mi circonda, mettere in circolo idee e pensieri senza temere di affermare valori che agli occhi degli altri possano apparire inutili e che dentro di me hanno trovato dei perché concreti. Spesso, il rischio in una comunità è pensare come tutti pensano senza cercare, a livello personale, le motivazioni che portano ad alcune scelte. Se non troviamo un perché nelle scelte o se non sappiamo fondare i nostri valori, rischiamo di subire la vita e testimoniare il Dio delle abitudini e non il Dio che ci ha saputo riempire la vita di misteri. L’altro rischio in questa condivisione di valori è il non mettere in comune i pensieri differenti e così a volte si prendono decisioni che non riguardano la totalità ma solo l’io personale. A volte credo che una comunità debba essere un po’ come la Santissima Trinità ossia un unico corpo rappresentato nella specificità delle Tre Persone.

Infine, la cosa più bella che ho vissuto in questo mese della comunità è il saper pregare per gli altri e con gli altri, con la semplicità di un bimbo che sa invocare l’aiuto di Maria e Gesù per tutte le persone che formano parte di essa.

 Lorenza

 

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NUOVO VIDEO SUL C.A.E. (centro appoggio scolastico)

Per accedere alla visione del video clicca sul seguente link

https://vimeo.com/38933623

e digita la password: lorenza

Buona visione!

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TURBOLENZE DI EMOZIONI

Quito, 24 maggio 2012

 

Venerdì 27 aprile per la prima volta viaggiavo per la città di Quito, con la mia nuovissimapatente nel portafoglio, per raggiungere l’Università Cattolica dove frequentavo il corso di spagnolo. Quel giorno ritornando dalla Facoltà avevo un piacevole e importante impegno all’aeroporto “Mariscal Sucre”: arrivava il mio amico Massimo per farmi visita! Siamo stati allegramente insieme per tutto il weekend, scorrazzando per le vie della parrocchia e quelle della capitale.

Non è mi capitato spesso di dover attendere presso gli spazi “Arrivi Internazionali” di un aeroporto. Questa volta ero arrivato con largo anticipo. Ho avuto modo di vivere emozioni particolari: l’attesa di un amico che viene da lontano per farmi visita e l’ascolto di altre attese che mi circondavano. C’erano famiglie intere (o quasi…) che varcavano la soglia di quella porta automatica per venire ad accogliere un loro caro, familiare o amico, di rientro dal lavoro all’estero.

Mai avrei pensato che quegli spazi così anonimi potessero essere riscaldati dai forti sentimenti di chi vive sperando l’abbraccio di chi se n’è andato lontano per un lungo periodo. Mentre la gente si assiepava dietro i cordoni che delimitano gli accessi, alzavo gli occhi verso uno dei monitor che aggiornano gli arrivi degli aerei per osservare se tutto era in regola. E invece no! Veniva annunciato un ritardo di 17 minuti di quel beneaugurante volo da Panama. “Eh no, porca miseria! Te pareva…” ho trattenuto fra i denti…

Erano solo pochi minuti in più ma per chi è attende sono comunque un’ eternità. E così ho continuato ad indugiare tremando di emozione assieme a quei due piccoli, presumo fossero fratellini, che avevano oltrepassato i limiti consentiti, ponendosi belli felici in quello spazio destinato al transito dei passeggeri in uscita. Uno teneva in mano la macchina fotografica e l’altro un mazzetto di fiori con un cartello su cui era scritto “Bienvenida Mamita”. Quanta tenerezza mi facevano quei due che attendevano la loro mamma che probabilmente sarebbe arrivata dagli Stati Uniti… E da quanto mesi non potevano stringersi in un abbraccio? Storie abbastanza ordinarie qua in Ecuador fra gente che va all’estero (USA, Spagna, Francia, Italia) per cercare un lavoro più redditizio e chi rimane ad attendere e molto spesso nel caos dell’abbandono, di una vita parallela e disordinata. Anche nella nostra parrocchia ci sono numerose famiglie che hanno uno o più componenti emigrati: spesso i piccoli vengono lasciati alla custodia dei nonni o degli zii, che per quanto siano responsabili, non sono in grado di supportare un’educazione adeguata. Chissà ancora per quante volte quelle creature dovranno riaprire quella scritta per dare la bienvenida alla mamma…

E passando alla vita della Comunità…

Siamo prossimi alla Festa della Parrocchia che quest’anno ricorda i 14 anni della fondazione. Un evento che si celebra sotto il manto della Mamma del cielo alla quale daremo omaggio con un pellegrinaggio a piedi (o in bus per chi sa già di non farcela…) al Santuario della Vergine del Quinche, meta cara agli ecuatoriani anche per il fatto che è la patrona della Nazione stessa. In seguito i festeggiamenti (Messa all’aperto, pranzo comunitario, giochi, danze tipiche, musica…) saranno nella grande piazza della nostra chiesa parrocchiale per tutta la giornata della domenica. Noi missionari speriamo che anche attraverso questa tappa continui ad edificarsi la Comunità che tuttavia è in crescita e per questo a volte fragile. Confidiamo soprattutto sul soffio della Pentecoste che proprio in quel giorno si abbatterà sulla tutta Chiesa portando abbondanti doni.

La salute non mi abbandona mai, grazie a Dio. Sembra che il pazzo clima della Sierra mi si addica…

Alla prossima e tantissimi saluti a tutti!

don Saverio

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L’HO CHIUSO FUORI

Quito, 9 maggio 2012

In questa prima settimana di maggio ci stiamo preparando al sacramento della prima comunione. Dei 180 che la riceveranno domenica la maggioranza sono bambini di 9-12 anni. Ci sono anche alcuni adolescenti. Poco a poco stanno scegliendo di testa loro di far parte della parrocchia. Questi sono i giorni della consegna delle tuniche bianche, delle prove, del catechismo serrato, delle confessioni. I bambini sono contenti, sentono che qualcosa di speciale si avvicina. C’é chi ti racconta che il papà ha telefonato dalla Spagna per dirgli che non ci sarà ma che gli vuole bene. C’é chi ti confida che la mamma ha giá spedito un regalo dagli Stati Uniti dove lavora e che la prossima estate ritornerà. C’é chi ti dice con simpatia e luce: “Padrecito, io non tengo peccati. Sono buono e mi comporto sempre bene”, un’altra, con gli occhietti lucidi sussurra che il papà ubriaco stava picchiando la mamma e appena é uscito dalla casa lei é corsa a chiudere la porta perché non potesse rientrare. “Mi dispiace di essermi comportata così, voglio bene a papà, però volevo anche che la mamma smettesse di piangere.” Ti verrebbe da rispondere… ti presto i miei di genitori in modo da gustare un poco che significa quando in casa si sta bene.

 

Ascoltando un poco questi bambini che si avvicinano con gioia a una festa mi rendo conto anche che quotidianamente vivono un intreccio di relazioni che vanno dalla felicità alla violenza, dai sogni alla paura, dall’amicizia alla solitudine. Domenica riceveranno per la prima volta la comunione e in queste giorni molte volte hanno sentito pronunciare da noi preti e dai catechisti la parola amore… chissà come risuona dentro di loro.

Il mese di maggio in parrocchia non é solo il mese dedicato a Maria ma proprio per il fatto che la parrocchia é intitolata alla mamma di Gesù é anche il mese nel quale festeggiamo i 14 anni di vita di Maria Estrella de la Evangelización. Tra le tante cose nuovo per me é il “Rosario de la aurora”. Ogni sabato del mese sveglia alle 4,20. Alle 5,00 ci si ritrova in uno dei posti strategici della parrocchia: la cappellina di S. Carlos, la casa delle suore, la cappellina di S. José.

Un gruppetto di persone, 25-30. La statua della Madonna in braccio e via, recitando il rosario in processione tra le strade buie buie che poco a poco si rischiarano per dare spazio all’aurora appunto. Ci sono gli anziani, ci sono mamme che prima di svegliare i figli vogliono pregare un poco, c’é anche qualche giovane. Un momento molto semplice, delicato. Alla fine, verso le 6 un tè caldo per continuare la giornata. Per me sarebbe un orario un po’ “discutibile”, ascoltando le mamme però sento che per loro é normale e guardano con perplessità la mia faccia assonnata. Quasi tutti i giorni si alzano anche prima delle 4 e mezzo, prima di uscire per il lavoro devono preparare la colazione e il pranzo per il marito e per i figli e in più riordinare come possono la casa. Lo sposo si porterà il cestino al lavoro, i bambini, ritornando da scuola da soli si scalderà il piatto. Fino a sera la mamma é fuori, anche lei al lavoro. Ci sono mamme che vendono da mangiare lungo le strade, mamme che usano la macchina da cucire confezionando i vestiti o le divise delle varie scuole o collegi, mamme muratrici portando carriole o impilando mattoni, mamme operaie, mamme che lavorano asfaltando le strade o guidando i taxi. Nelle scorse settimane abbiamo fatto rimettere un po’ a posto il tetto della canonica, i muratori erano due: un uomo e sua moglie. Domenica prossima si festeggia “El día de la madre”, la festa della mamma. Al di la dei cuoricini e dei fiorellini i centri commerciali offrono grandi ribassi sugli elettrodomestici, chi invece cerca di racimolare qualche soldino vende per pochi centesimi un cuoricino di plastica attaccato ad una cannuccia, sul cuore tanti auguri “Madrecita de mi vida, madrecita de mi amor, tu eres la luz de mi vida, que me guías con amor”. Un abbraccio alla mia e alle vostre.

¡Nos vemos!

p. Giovanni

 

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