LUIGINA…UNA DI NOI!

Quito,  16 dicembre 2012

Cari amici,  è già trascorso un mese dal mio arrivo in Equador e  mi sembra di essere arrivata solo ieri. Siamo in avvento, tempo di riflessione e preghiera. Quando si parla di missione  si sente sempre parlare di bambini abbandonati, maltrattati, ammalati, è vero, ce ne sono tanti, ma in tanti anni di attività missionaria non ho mai sentito parlare dei vecchi. Sarà che io sono in quella fascia, sarà che qui le persone con cui ho contatti hanno tutti una certa età, ma mi sento di dover affrontare con voi anche questo argomento. In queste settimane, prima con le signore di caritas e poi con i ministri della comunione  sono entrata in diverse case, alcune belle con figli e nipoti che accudiscono ai nonni  nella loro casa e li vedi sorridenti che ti raccontano dei loro acciacchi con serenità. Poi entri in una casa che puoi chiamarla così solo perchè è fatta di mattoni, ma ha per pavimento una gettata di cemento e il tetto è così basso che don Saverio appena ci sta. Il letto addossato al muro in un angolo della stanza è una cosa informe ricoperto da coperte a pezzi e nella stanza c’è di tutto tranne mobili eccettuato una sedia e un divano sgangherato ingombro di vestiario. La signora è molto gentile, ci fa accomodare e racconta la sua storia,  il marito ha un’altra donna, i figli vivono in centro e lei è sola ad accudire un fratello ammalato che al momento si trova in ospedale. Un’altra signora rannicchiata su se stessa da sembrare una bambina, continua a piangere e lamentarsi, ci sono una figlia e dei nipoti ma la povertà che regna la dentro è una cosa che stringe il cuore.

Alle 3 di notte chiamano don Saverio perchè una signora stà male, è poco lontana da casa nostra, viene chiamata un’ambulanza ma il medico non la ricovera perchè non è ammalata, stà morendo di fame. Ieri sera questa signora, accompagnata dalla sorella, tutte e due pelle e ossa che a malapena si reggono, suonano alla nostra porta per informarci sull’esito delle visite fatte all’ospedale, le diamo una fetta di pane e una banana e un bicchiere di “colada” che mangia e beve avidamente. Mi offro di accompagnarle a casa perchè con il pacco di roba da mangiare che le diamo, non ce la farebbero. La casa, assi di legno inchiodate e tetto di lamiera, non c’è pavimento e per terra mucchi di roba, le lascio promettendo di tornare.

Al mercoledì mattina, nella chiesetta di Moran alle 8 c’è la messa per gli anziani, èsempre gremita con oltre cento persone e gli effluvi in quella ora di preghiera sono dei più vari. Dopo la colazione che viene offerta dalla caritas molti vengono al ropero, vendita di vestiario usato, ogni capo

costa 50centesimi di dollaro e spendono al massimo 1-2 dollari e anche qui ti raccontano la loro solitudine con tanta tristezza e rassegnazione cercando di giustificare i figli che li lasciano soli e senza sostentamento.

Mi danno pena soprattutto le donne che dopo una vita di stenti per tirare su la famiglia si trovano sole, senza sostegno economico ma con tanta dignità e fiducia nella provvidenza.

E’ difficile spiegare i sentimenti che si provano incontrando queste persone, per primo riconoscenza al Signore per avermi dato una bella famiglia che mi sostiene in questa scelta di vita, un grazie grande per avermi condotta qui  e, nonostante il senso di impotenza e pochezza, la gioia di condividere la vita con chi è stato meno fortunato di me.

Ieri sera abbiamo cominciato la novena di Natale in un barrio molto lontano, dovevamo incontrarci nella casa comunale ma non hanno dato il permesso cosi siamo rimasti in strada sotto un lampione per poter leggere la novena, dopo il primo malumore ci siamo detti che anche Maria e Giuseppe non sono stati accolti e Gesù è nato quasi per strada.

Gesù è nato povero, ha vissuto per i poveri ed è morto e risorto per tutti chiedendoci di fare come Lui.

A tutti tanti auguri di un Santo Natale

Luigina

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CARTA IGIENICA

Quito,  9 dicembre 2012

“Emergenza emergenza, abbiamo finito la carta igienica!”. Più o meno così le ragazze che lavorano nel CAE mi si sono avvicinate la settimana scorsa. Era stato chiesto che ogni bambino portasse un rotolo. 100 bambini, 100 rotoli, volatilizzati in poche settimane. Magari uno pensa che vengano a chiederti un consiglio, o che vengano per invitarti a vedere i progressi dei bambini. Questa volta la richiesta è molto chiara e necessaria: I bimbi hanno bisogno di andare al bagno. Si chiede alle famiglie che diano ai figli altri rotoli (anche perché si continui nel cammino di renderle responsabili nei confronti dei loro figli e del servizio del CAE), alcune rispondono volentieri altre che un rotolo basta e avanza! In questi giorni di emergenza carta mi veniva spesso in mente la pubblicità del cagnolino che insegue il rotolo che sembra non finire mai e ne immaginavo alcuni nei bagni della parrocchia.

Tanto per stare in tema da quando è iniziata la stagione delle piogge ha iniziato a piovere anche dentro la chiesa. Lungo i due piloni al fondo, quando piove con insistenza, scendono due ruscelletti d’acqua che presto arrivano fino ai piedi dell’altare. Ci sono altri buchetti che divertono i bambini durante le messe. Quando una goccia li colpisce, gli urletti e i gridolini riempiono l’assemblea. Ci siamo arrampicati sul tetto e abbiamo visto che i colombi ecuadoriani si comportano alla stessa maniera di quelli italiani (globalizzazione animale!) nidi, uova, sporco che tappa le grondaie. Ritornando bambino quando inseguivo le galline del nonno (e scappavo del gallo che voleva beccarmi), mi sono improvvisato mattatore di colombi. Adesso ci sarà da mettere mano anche sul tetto della chiesa. Intanto abbiamo comprato un bel po’ di segatura. Più avanti vedremo cosa si riuscirà a fare.

 

Il Barrio Ecuador, a meno di cinque minuti dalla canonica è uno dei più attivi tra i tanti che formano la nostra parrocchia. Sabato scorso è stata inaugurata la nuova Sala Comunal, un salone che quasi tutti i quartieri possiedono, dove ci si ritrova per le varie riunioni e feste. Quelli del Barrio Ecuador hanno fatto proprio un bel lavoro, la sala è grande, con addirittura una piccola cucina. Hanno fatto quasi tutto da soli. Il Municipio li ha aiutati con alcune agevolazioni, però questa sala è venuta su con il lavoro comunitario (la minga), l’autotassazione e lo spirito di creare qualcosa che potesse essere utile per tutti. Sabato all’ora di pranzo come sacerdote che impartiva la benedizione e la sera, nel mezzo di una musica assordante, come giurato per l’elezione della reginetta del Barrio. Un’esperienza divertente. Le ragazzine come nei concorsi di bellezza prima hanno ballato, poi sfilato in abito da sera e alla fine risposto ad alcune domande del presidente della giuria (per l’occasione un noto commentatore radiofonico). Il tutto in meno di mezzora tra le grida e gli incitamenti delle mamme scatenate, delle amiche e dei futuri pretendenti.

E dopo si riprende di nuovo con la musica della banda a tutto volume e via a ballare.

Poco a poco la canonica si sta riempiendo. Tre settimane fa è atterrata Luigina inviata come missionaria laica Fidei Donum dalla nostra diocesi di Padova. Si sta ambientando, ma già aiuta volenterosamente la nostra Caritas. Ieri è arrivato Giampaolo dal Messico via Costarica, domani ritornerà Mauro dall’Italia e lunedì Nicola del Guatemala. A fine dicembre scenderanno dell’aereo i miei genitori accompagnati da Marco e Silvia, due carissimi amici. La casa si trasformerà per alcune settimane in un piccolo campo scuola.

Domenica abbiamo mosso i primi passettini del Tempo di Avvento. Presto s’inizieranno le novene in una trentina di posti della parrocchia (famiglie, case comunali, capitelli, cappelline).

A tutti un buon cammino, come i pastori, verso la grotta.

¡Hasta pronto!

P. Giovanni

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AL VIA I LAVORI DEL CENTRO PASTORALE

Sono le 6.10 di domenica 11 novembre (San Martino…): i camion si preparano alla grande giornata di lavoro.

Alle 7 invece arriva la potente pala Caterpillar che divorava con molto appetito quello che trovava sotto i suoi denti…

 

Alle 13.30 si terminavano i lavori di “desbanque”

 

 

Prossima puntata alla minga (lavoro comunitario) per l’ escavazione delle fondamenta con picco, pala e carriola: sabato 17 novembre

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COLADA MORADA

Quito, 10 novembre 2012

 

“Padrecito, padrecito. Vorrei passare una messa alla Madonna di Guadalupe e allaMadonna Addolorata”. “Bene, signora. Domani su alla Cappellina di Morán, alle sei della sera … può andar bene?” “Sì, Sì padrecito. Quanto le devo?”. “Non si preoccupi signora, l’offerta è libera e può metterla nel cestino delle offerte domani durante la Messa”. “No, no, padrecito, meglio adesso. Non so mica se domani li avrò ancora i soldi. Prenda queste quattro monetine, sono le ultime”. Il vangelo che ascolteremo domenica si realizza ancora. Accompagnando la stessa anziana signora al cancello mi racconta che è da poco uscita dall’ospedale dopo un’operazione. “Che bello signora, sono stati bravi i dottori a farla star meglio”. “Ah padrecito, il mio dottore è il Signore. È lui che mi ha fatto uscire viva dall’ospedale, è lui che mi ha operato”.

 

La colada morada è una bevanda tipica dei giorni a cavallo tra la fine di ottobre e la commemorazione dei defunti. C’è chi la fa veramente buona e chi invece potrebbe impegnarsi un po’ di più. A qualcuno piace fredda, io la preferisco calda. C’è chi la porta in canonica, chi ti invita nella sua casa, la bevono a scuola, al collegio. Lungo le strade gli ambulanti che di solito vendono spiedini tirano fuori pentole importanti e mestoli per servire anche loro la colada morada.

Il giorno dei defunti è un giorno di ritrovo. Si va nei cimiteri, si partecipa alla Messa oppure si mette un po’ in ordine la tomba, c’è chi porta i fiori, chi lucida la lapide, chi ripassa con il pennello il nome sbiadito dal sole. Nel piccolo cimitero che abbiamo vicino alla cappellina di Moràn non lo fa quasi nessuno, però, in altri posti la famiglia fa un vero e proprio picnic portando tutti a mangiare attorno alla tomba del caro defunto. Così su due piedi l’idea fa un po’ senso però anche questo è un modo per rinsaldare i legami familiari, per ricordare, per condividere. Il 2 di novembre arrivando al cimitero per la messa delle otto ad accoglierci c’erano le bancarelle dei fiori e subito dopo i gazebo che cucinavano salsicce, costine, riso, e l’immancabile colada morada .

L’altra sera eravamo solo io e p. Saverio a cena. P. Nicola è in Guatemala, p. Mauro in Italia, p. Giampaolo in Messico. Dopo più di un mese durante il quale la tavola ha fatto spazio sempre a più di cinque piatti, faceva un po’ strano ritrovarsi in due. Nei primi quindici giorni di ottobre, durante la visita di Gabriella, la sorella di p. Luigi Vaccari, abbiamo respirato l’aria che tirava in parrocchia una quindicina di anni fa. Progetti, desideri di costruire non solo cose ma anche relazioni, sacrificio, traguardi. Molta gente ha partecipato all’inaugurazione della Guarderia che porta il nome di p. Luigi. Nella messa di ricordo a Carapungo, la parrocchia dove è stato parroco, la Chiesa era strapiena e hanno accolto Gabriella e Giuseppe in una maniera che gli stessi hanno detto incredibile. La gente vuole tanto bene a p. Luigi che ringraziava la sorella … per essere sua sorella.

Domenica dovrebbero iniziare gli scavi del Centro Pastorale. Si lavorerà di domenica perché i tre camion che porteranno via la terra lo faranno gratis come un servizio alla parrocchia e la ruspa lavorerà a un prezzo di favore. Più avanti sarà la gente della comunità ad essere interpellata … per tutto il resto. Sabato 17 ci sarà una grande minga (lavoro comunitario) per scavare le fondamenta.

Approfittando della presenza di Domenico, il fratello di p. Nicola, si sono ridipinte alcune stanze della canonica e la cucina. La stanza dove dormivo io si sta trasformando nella stanza degli ospiti (anche tra dicembre e febbraio ci sarà parecchio traffico in canonica), la mia nuova stanzetta è quella usata fino a qualche mese da p. Nicola.

Il ministero dell’istruzione sta rivoluzionando quello che riguarda le scuole materne. Con il nuovo progetto fino al primo anno di vita il bambino potrà essere inscritto in una specie di asilo-famiglia; pochi bambini con le mamme come educatrici. Da uno ai tre anni il bambino starà nella scuola materna per passare alla scuola vera e propria prima di compiere i quattro anni. Le diciassette persone che lavorano nel nostro asilo cominciano a preoccuparsi un po’. Non è ben chiaro come sarà il loro futuro. Aspettiamo che le nuove normative appaiano su un testo scritto. Intanto chi vuole aiutarci per costruire il nuovo Centro Pastorale scaldi i muscoli, sabato 17 lo aspettiamo!

Hasta luego

P. Giovanni

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RIMOZIONI FORZATE

Quito, 23 ottobre 2012

Polvere dalla mattina alla sera. Rimozioni e traslochi alla maniera della rinomata ditta padovana “Maciste”.  Senza troppa delicatezza abbiamo dovuto liberare tutto il materiale che nel corso degli anni era stato sistemato nelle strutture date in uso alla parrocchia. I galpones (così si chiamano le strutture che assomigliano a piccoli capannoni) e il terreno circostante, anticipando la scadenza del comodato, sono stati riconsegnati al Municipio per un importante progetto che prevede la costruzione di una scuola.

 

Rimuovere tavoli, banche, arredi e impianti vari, sembrava un lavoro semplice. Il problema è stato anche trovare nuovi spazi sia per ri-sistemare il materiale che per riprendere la catechesi: dove mettere i 620 ragazzi iscritti al catechismo? Sì, anche nel grezzo di una casa in costruzione…fra cumuli di sabbia, blocchi di cemento e pali di bambù (utlizzati per fare le impalcature). Altri gruppi invece sono ospitati un po’ di qua e un po’ di là.

Ancora non ci sono ruspe e camion nel terreno dove costruiremo il nuovo Centro Pastorale. I ritardi ecuatoriani vincono sulla burocrazia italiana!

Terminata la Messa delle 9.30 nella cappella di Moràn, la sacrestana Laura preoccupata e ansimante, arriva in sacrestia per dirmi: “Padre Saverio c’è un signore chumadito (ubriaco) in fondo alla cappella e io devo chiudere le porte…Che facciamo?” “Non si preoccupi Laura, vado io!”. Chiusa la sacrestia mi dirigo all’uscita della cappella e vedo che il signore era pacifico seduto sul banco anastetizzato dall’alcol. Visto che non sentiva le pacche sulle spalle, mi sono deciso di prendere ‘sto marcantonio di uomo (un’eccezione per le misure ecuatoriane) da dietro le spalle e di trascinarlo fuori con la forza affrontando tutta la discesa della gradinata. Una volta passato il cancello l’ho appoggiato sul muretto sperando che presto gli passasse la sbornia. Purtroppo casi come questi non sono isolati. Sempre nella stessa cappella, uscendo un sabato alle 5 del mattino con il rosario dell’Aurora mi sono trovato con un signore che preso da tanta devozione al Crocifisso e annebbiato dalla notte brava non riusciva a trovare la porta per uscire. Anche quella volta con pazienza e forza ho dovuto accompagnare quell’uomo che si diceva padre di famiglia…ma che di padre e di famiglia non aveva una chiara identità. Davvero la c(C)hiesa diventa rifugio sicuro per chi non sa dove posare il capo! …a meno che da quelle parti non passi il padrecito Saverio!

Altra rimozione ma questa volta a bordo del nostro pick-up Madza. Con Francesco e Virginia, due amici italiani che hanno trascorso un periodo di vacanza sociale, sono andato a visitare la missione del Mato Grosso . Le strade passano in mezzo alle montagne ma non è impossibile percorrerle anche quando ci fosse il fango. Ebbene, ad un certo punto ci siamo trovati di fronte un fuoristrada sprofondato con tutte e 4 le ruote nel fango, con a bordo 4 sprovveduti e avventurosi giovanotti che chiedevano aiuto. La fortuna vuole che una corda in macchina ce l’abbiamo sempre. Legata la corda ai rispettivi ganci e inserite le marce ridotte, lo sfortunato fuoristrada veniva trainato all’asciutto. Beh, un pizzico di avventura in questa terra ci vuole! E questo gesto mi conferma che a  volte ci vuole poco per fare grande una giornata, agli altri… e a se stessi.

Ospiti speciali in casa! Il nostro Direttore, don Valentino è venuto a farci visita con Gabriella e Giuseppe (la sorella e il cognato del compianto padre Luigi Vaccari). Giorni belli e intensi per tutti soprattutto facendo memoria del caro padre Luigi che ha lasciato tracce indelebili nei cuori e nelle opere desiderate e costruite con le sue mani. Mentre nell’altra parrocchia “padovana” di Carcelèn Bajo si concludeva l’esperienza missionaria lasciando la Comunità al clero ecuatoriano nella persona di padre Rubèn.

Gli aerei diretti in Europa sono stati benedetti (ma anche no!) dai calendari che come gruppo missionario dell’Ecuador abbiamo pensato di creare per fissare alle pareti delle case italiane i nostri scatti. La distribuzione avverrà nelle parrocchie d’origine e dove siamo stati come cappellani… Pensiamo che la vendita del calendario sia uno strumento che oltre a presentarci e ad illustrare i paesaggi ecuatoriani, ci aiuti a sostenere le due realtà più significative: il C.A.E (centro appoggio scolastico) e il nuovo Centro Pastorale. Che dire…¡Qué Dios les bendiga!

Un caro e fraterno saluto a tutti e a ciascuno. A risentirci alla prossima!

padre Saverio

 

 

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PASSIAMO IL TESTIMONE: si avvicina la data della riconsegna della Parrocchia di San Lucas

Quito, 9 ottobre 2012

Sembrano essere passati ben più di cinque anni da quando il vescovo Antonio nel novembre 2007 mi ha inviato in Ecuador come missionario diocesano, precisamente nella parrocchia di San Lucas nel quartiere periferico di Carcelén Bajo. Sono arrivato come collaboratore e poi come parroco in una parrocchia molto giovane, nata nel 1994, ma in un territorio che in pochi anni si è popolato di emigranti, fino a contare suppergiù 35 mila abitanti!

Un po’ di storia. Nel 1983 i missionari fideidonum della diocesi di Padova sono arrivati nella periferia nord della città di Quito. Hanno poi lasciato la parrocchia-madre di Carcelén (dove avevano collaborato tra gli altri padre Egidio Leonardi, p. Giorgio Friso, p. Luigi Vaccari e p. Valentino Sguotti), per  fondare nel 1994 la nuova parrocchia di San Lucas, in un quartiere che appunto si era sovrappopolato e richiedeva la costruzione di una nuova parrocchia. Così p. Giorgio De Checchi e p. Attilio De Battisti sono stati i primi incaricati di terminare la chiesa, già in costruzione, e gli altri edifici parrocchiali, di mettere le basi per la istituzione e costruzione della nuova comunità parrocchiale, di coordinare i gruppi, di organizzare la catechesi e di aiutare i tanti spaesati emigranti non solo a formare comunità, ma a unirsi per migliorare il quartiere, per richiedere al municipio i servizi primari, come luce elettrica, acqua, fognature, fino allora inesistenti. Dopo di loro, hanno prestato qui il loro servizio anche p. Giuseppe Nante, p. Fabio Lazzaro, p. Giovanni Olivato, il sacedote equatoriano p. Lenin Padilla, ed i laici fidei donum Sandra Beordo, Letizia Zecchin, la familia Pellichero e Nicola Zerbetto.

Dopo 18 anni il quartiere è ora dotato di tutti i servizi necessari, tanto che arriva perfino Internet; la parrocchia è solida ed organizzata, i laici sono consapevoli e corresponsabili nella pastorale. Riteniamo che sia giunto il momento per fare il grande passo: passare il testimone, ossia consegnare la parrocchia all’Arcidiocesi di Quito perché sia affidata al clero locale.

Lo scorso 4 giugno l’Arcivescovo di Quito, nominato due anni fa, è venuto nella nostra parrocchia per la prima volta. Ha incontrato il Consiglio Pastorale, che gli ha chiesto ufficialmente di nominare quanto prima il futuro párroco, con l’ardire di chiedere che sia un sacerdote adeguato per le molteplici attività della parrocchia e che arrivi presto per condividere la vita della parrocchia assieme ai missionari di Padova prima che usciamo di scena (ora in parrocchia viviamo assieme don Mauro Da Rin Fioretto ed io). Quindi si è fermato a cena con noi missionari, confidandoci che, nonostante i mille problemi dell’arcidiocesi, delle parrocchie e dei preti, si sarebbe impegnato nell’esaudire la nostra richiesta di un sacerdote.

Finalmente il 30 luglio sempre l’Arcivescovo mi chiama per comunicarmi la novitá: c’è il nuovo parroco, é stato nominato padre Ruben Carvajal, attualmente parroco di San José de Minas (letteralmente: San Giuseppe delle Miniere), una parrocchia di campagna, a un’ora di auto da Quito, che conta sugli 8000 mila abitanti, peró suddivisi in 33 comunitá disperse nel vasto territorio!

Padre Rubèn (amico prete, conosciuto durante le numerose partite di calcio della nazionale dei preti della diocesi di Quito) mi ha confidato che viene a San Lucas con il desiderio di lavorare e di accompagnare la nuova comunitá. Crede nell’obbedienza e per questo accetta: non lo spaventa il fatto di dover guidare una parrocchia che da anni é stata seguita da sacerdoti stranieri, italiani, padovani. Anzi, piuttosto vive la difficoltá di dover lasciare la sua parrocchia di Minas, nella quale si é trovato bene ed é amato e stimato dalla gente: per ora é questo il suo cruccio, ed allora desidera impiegare bene questo tempo di “despedida” (saluti ed addii). Intanto lo abbiamo accolto con gioia, ha giá incontrato il Consiglio Pastorale e presto incontrerá anche gli altri gruppi, cominciando dalle catechiste. Egli inoltre sostiene il nostro progetto, giá condiviso dal Centro Missionario della Diocesi di Padova e anche dall’Arcidiocesi di Quito: quello di accompagnare la parrocchia fino alla festa di San Lucas a metà ottobre. Domenica 21 ottobre l’Arcivescovo di Quito verrà per consacrare finalmente la chiesa di San Lucas e immettere il nuovo parroco in possesso della parrocchia. Giusto in quell’occasione noi missionari fideidonum di Padova ci congederemo dalla comunità, dopo 18 anni di missione. Dove andremo? Beh, questo è materiale per un altro articolo!

padre Giampaolo

 

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A VER, A VER

Quito, 8 ottobre 2012

“Bene signora, per iscrivere suo figlio al catechismo dovrebbe dirmi quando è nato”. “A ver, aspetti un attimo, non mi viene in mente … eppure, dovrebbe, mi sembrava … a ver, a ver dovrei chiamare il papà lui si ricorda”.

Quante volte, in questo mese di settembre, l’iscrizione di un bambino alla catechesi si è inceppata davanti alla data di nascita del figlio. “Non mi ricordo, non mi viene in mente, non ci ho mai dato troppa importanza, ma non è scritta da qualche altra parte?”. Ci sono i genitori che arrivano trafelati con la paura di perdere il posto, altri che brontolano perché in altre parrocchie pagando un po’ di più i sacramenti si ricevono in meno tempo, altri che iscrivendo i figli nelle scuole e nei collegi cattolici sanno che i figli là riceveranno anche i sacramenti. Con la distruzione delle antiche aule e in attesa che comincino i lavori per il nuovo centro parrocchiale, quest’anno saremo un po’ accampati. Una famiglia vicina ci presterà due stanze per fare catechismo, la cappellina si trasformerà anche il sabato in aula di catechismo, un gruppetto andrà su nella sala grande vicino alla cappellina di Moran. È la sala che il mercoledì usa il gruppo degli anziani dopo la Messa, la stessa sala che a volte si trasforma in camera ardente prima dei funerali.

Anche i bambini del CAE stanno un po’ strettini. Un gruppetto, i più piccolini, ha preso in prestito una stanza dell’Asilo. Gli altri 70 nelle quattro stanze e mezzo che ci sono rimaste. Con la Caritas della Parrocchia abbiamo contrattato una nuova coordinatrice. Sta cercando di entrare nei meccanismi di questo progetto per accompagnarlo nel migliore dei modi. Regole semplici e chiare, contatto (che in qualche caso si trasformerà in terapia) con le famiglie dei bambini, coordinazione del lavoro e della formazione dei sette responsabili che lavorano con i bambini assieme ad alcuni volontari. A livello economico non sarà una passeggiata ma siamo convinti che ne varrà la pena.

 

Tra qualche settimana padre Mauro tornerà in Italia per un tempo di vacanza prima di iniziare l’esperienza di missione a Yaguachi. Scenderà dall’aereo con le valigie piene di calendari. Eh sì, oltre alle top model e ai campioni dello sport il 2013 sarà accompagnato anche dal calendario dei missionari Fidei Donum in Ecuador. Non ci saranno fisici scolpiti né pose audaci. La “provocazione” sarà data delle foto che, raccontando le nostre realtà ecuatoriane, la gente, le case, le parrocchie, proveranno a far sì che la vita di missione attraversi l’oceano per accomodarsi, almeno per un anno, nelle case dei nostri amici italiani. Un ritornello che spesso si legge nei supermercati, per porre l’accento sulla qualità del prodotto dice: “Hecho en Ecuador, mucho mejor”. Il calendario è proprio bello, le foto ancora di più. Chi ne vuole una o più copie mi faccia sapere, così da mettere in moto anche gli ingranaggi per la consegna. Non abbiamo scritto il prezzo nell’ultima pagina, l’offerta è libera e ci aiuterà da un lato a sostenere la costruzione del Centro Pastorale (che i parrocchiani hanno voluto intitolare a Sant’Antonio di Padova – vedi blog) dall’altro ad accompagnare lo sviluppo del CAE.

Dopo i mesi secchi dell’estate il cielo comincia poco a poco riempirsi di nuvole. Due acquazzoni nei giorni scorsi ci hanno avvertito che il tempo delle piogge si sta avvicinando. I badili per liberare dai detriti e dal fango la canaletta davanti alla canonica sono pronti.

Nelle prossime settimane ci sarà un via vai importante di persone nella casa. Venerdì arrivano don Valentino, la sorella di Padre Luigi Vaccari (missionario padovano che ha aiutato a costruire le fondamenta della nostra parrocchia prima di perdere la vita in un incidente) e suo marito, da metà ottobre il fratello di padre Nicola e infine da metà novembre si aggiungerà nella vita della comunità anche Luigina che inizia la sua esperienza come missionaria laica Fidei Donum. Senza dubbio un bel traffico di relazioni.

 

Hasta luego

P. Giovanni

 

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FECONDA SICCITA’

Quito, 3 settembre 2012

L’estate della Sierra ecuatoriana si caratterizza per i lunghi mesi di assenza di precipitazioni, il forte vento, le tempeste di polvere e le temperature notturne abbastanza fresche. Tutto è incenerito dal sole che quando esce dalle nubi picchia violentemente. E molto spesso le grosse nubi si confondono con il fumo degli incendi che numerosi e quotidianamente bruciano i pendii montuosi. Sicuramente non si accendono da soli ma per la disattenzione e la malvagità degli uomini.  Anche noi siamo stati minacciati da un piccolo incendio che a più riprese ha bruciato la scarpata sottostante la piazza della parrocchia. Armati di badile e secchi d’acqua ci siamo improvvisati abili bomberos (vigili del fuoco). Scherzando, abbiamo pensato che fosse stato un gesto intimidatorio degli evangelici (cristiani protestanti) che si incontrano proprio in un garage di fronte alla nostra chiesa.

 

In questo particolare contesto di siccità e di fuochi, ho accompagnato il Grest dei Giovanidi età compresa tra i 14 e i 22 anni. Un’esperienza sviluppata in una sola ma intensa settimana che ha voluto offrire un’opportunità d’ incontro ai ragazzi, in vacanza dalla scuola, che altrimenti non saprebbero come “farsela passare”. Una cinquantina i partecipanti che al primo giorno delle attività sono stati benedetti da un pauroso incendio che si è propagato nella montagna nella parte opposta della zona in cui viviamo. Tra sole, incendi e sete la settimana è cresciuta in un clima fecondo tra i ragazzi tanto che al tramonto a fatica volevano fare ritorno alle loro case (e chissà in molti casi per quali disparati motivi…?).  Però bisogna ammettere che il gran lavoro di aggregazione di questi ragazzi è stato dovuto al loro servizio di animatori al Grest con i bambini che li aveva tenuti uniti per ben tre settimane.

Belle speranze sono comparse durante le attività estive! Speriamo che riprendendo il nuovo Anno Pastorale tutta questa ricchezza possa crescere sotto il sole di Dio e il fuoco della passione di ciascuno ragazzo.

Con padre Giovanni ci siamo concessi una settimana di Esercizi Spirituali ignaziani.

 

Momenti di grazia desiderati, per cercare quel deserto di silenzio e di intimità con Dio nel quale riprendere nuove energie spirituali e …fisiche. Eh sì, come si sa le Case di Spiritualità si trovano nei posti più belli e invidiati: noi siamo stati a Manta, una città bagnata dall’oceano Pacifico. Il caldo, il mare, i salti delle balene ci hanno accompagnato nelle nostre meditazioni.

I prossimi mesi saranno abbastanza impegnativi per la ripresa della Catechesi e l’avvio dei lavori per l’edificazione del nuovo Centro Parrocchiale. Da ottobre non potremo più usufruire di quegli spazi che finora hanno ospitato le diverse attività parrocchiali, a causa della restituzione di un terreno, con annessi fabbricati, che era stato concesso dalla Cooperativa. Il progetto è in fase di ultimazione.  I preventivi? Da mal di testa… Per una più larga spiegazione ti invito a leggere l’articolo “Mal di pietra” di padre Nicola. Se non ci sono impicci burocratici dovremmo iniziare i lavori la seconda metà di settembre.

Auguro una buona e serena ripresa delle attività lavorative, sociali e parrocchiali. Le strette della crisi europea non mostrino solo la spaventosa “siccità” ma facciano germogliare spiragli di nuove Speranze.

¡Hasta pronto!

p. Saverio

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MAL DI PIETRA

Quito, 12 agosto 2012

In questo periodo mi sto chiedendo se sto bene o se mi son preso il “mal della pietra”: è quella “malattia” professionale che prende alcuni sacerdoti dediti oltre alla cura d’anime anche alla pastorale “edile”. Non nascondo una certa inclinazione edile ricevuta fin da piccolo nel vedere crescere sull’Altopiano di Asiago case e condomini che in pochi anni hanno coperto quei prati dove si giocava tra l’erba e le piante; si passava quindi a giocare anche in mezzo ai cantieri tra tavole, chiodi, sabbia, bettoniere e varie curiosità di manovalanza infantile. Insomma, stagioni in cui le case crescevano come i funghi e forse anche per questo usate solo stagionalmente (sig!) come fossero sott’olio.

Tra ricordi d’infanzia, passione per il fai da te, ma soprattutto per necessità pastorali, nella mia esperienza missionaria nella periferia di Quito, mi trovo a fare i conti con questo “mal di pietra”. Sono qui da circa dieci anni ed il settore è cresciuto moltissimo per varie cause: l’emigrazione all’interno dell’Ecuador dalla campagna alle città; lo sviluppo delle periferie urbane; una certa crescita socioecomonica tra gli altri fattori, hanno aumentato la popolazione della parrocchia e quindi anche le necessità di strutture ed ambienti. Inoltre le istituzioni pubbliche e del territorio si sono trovate a dover rispondere a necessità che fino a qualche anno fa’ non erano nemmeno tenute presenti. L’educazione, la salute, i servizi sociali… e quindi anche la parrocchia! devono fare i conti con questa crescita e per questa crescita umana e urbanistica. Proprio per questo uno spazio che abbiamo usato in comodato per diversi anni lo dobbiamo restituire perchè si possa costruire una scuola che possa rispondere alla forte domanda educativa che c’é nel territorio. La parrocchia “María, Estrella de la Evangelización”, con questa situazione di “sgombero” forzato e dentro questo movimento di espansione, com’è nello stile del nostro impegno missionario, cerca di dare una risposta ad un territorio ed a una popolazione che abbiamo a cuore. Vogliamo essere un riferimento ed una proposta che possa esprimere la nostra passione per il vangelo e per l’umanità che ci vive accanto. Ecco allora dover affrontare una necessità di avere spazi adeguati alle diverse attività che la parrocchia assume con la sfida di seguire questa crescita nella periferia della capitale dell’Ecuador. Potete pensare al classico centro parrocchiale, ma naturalmente qui in Ecuador e nella nostra parrocchia sarà meno qualificato che non in Italia, ma sempre a servizio della comunità. Ogni anno dobbiamo fare i conti con un aumento progressivo degli iscritti alla catechesi (quest’anno certamente supereremo i 600 iscritti nei 5 anni di cammino catechistico considerando che ogni anno ci sono tra i 50 ed i 100 iscritti in più nei diversi gruppi). Anche il doposcuola che abbiamo assunto nella sua complessità come progetto della caritas parrocchiale ha bisogno di spazi per accompagnare ogni giorno un centinaio di bambini nelle diverse attività di sostegno e formazione. Le attività della caritas, della catechesi, della formazione con i bambini, i giovani, le famiglie…molte cose da pensare, da accompagnare e proporre avendo gli spazi adeguati.

Per il momento è uscito questo nome “Centro Pastorale Sant’Antonio di Padova”: è stato scelto per ricordare la nostra diocesi di Padova, i missionari e certamente un santo che porta con se molta devozione in tutte le parti del mondo.

Prossimamente inizieremo i lavori e vi racconteremo come cresce non solo questa struttura, ma anche la parrocchia intorno a questo centro.

padre Nicola

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FUOCO e CIELO LIMPIDO

La montagna dall’altra parte della vallata sta bruciando. L’incendio è partito questa mattina e, grazie al clima secco di queste settimane e il forte vento che tutti i pomeriggi soffia dal Nord, ormai quasi come un serpente taglia in due il monte dalle pendici alla cima. Il fumo bianco si alza come una colonna e dietro si intravvedono le fiamme alte. Ultimamente nelle montagne attorno si erano visti vari focolai, ma questo è proprio un incendio.

L’assenza di nubi la mattina permette ai vulcani, di solito nascosti, di farsi vedere. Il Cayambe, l’Antisana e il Cotopaxi, svettano con il ghiaccio che ricopre la cima. Tetti bianchi tra le cime scure delle montagne circostanti. Fuoco e cielo terso sono anche parole che in questo mese ho rivisto in alcune situazioni della vita in parrocchia. Il fuoco è quello degli animatori del “Campamento”. Ci provano, non c’è che dire. Fanno i salti mortali per essere puntuali nonostante il lavoro, gli esami universitari, le bizze degli autisti delle corriere. A volte saltano il pranzo, a volte nemmeno passano a casa per lasciare lo zaino. Adesso che è terminato il Grest dove erano animatori, per loro è venuto ancora una volta il momento di ritornare ad essere animati, ieri è iniziato il “Campamento” per gli adolescenti e i giovani. Mentre scrivo stanno correndo su e giù per la parrocchia giocando ad una grande caccia al tesoro (un pacchetto di lecca-lecca). Qui non è facile fare bene le cose, tanti sono gli imprevisti grandi e piccoli che si presentano davanti più che quotidianamente. È bello vedere quando qualcuno ci prova, no perché bisogna o perche altrimenti il “padrecito” italiano si arrabbia, ma perché anche lui ci tiene. Fuocherelli piccoli se si vuole, che però scaldano la vita e soprattutto il futuro di questa parrocchia.

 

Cielo limpido. Due donne e i loro bambini. La storia ha sempre la stessa terribile monotonia: violenza, abusi, alcolismo, abbandono. Queste due donne però si sono stancate … anche se in maniera diversa. La prima arriva accompagnata, quasi a forza dalla figlia adolescente che non ne può più. Parliamo un poco, ascolto. Chiamiamo dalla canonica il “Centro de Equidad y Justicia”, un ufficio del Municipio per tutelare gratuitamente i diritti dei più deboli soprattutto delle donne; fissiamo una data. La signora sembra essere d’accordo, è stanca di prenderle, vuole denunciare il fratello del marito che abusa di lei (il marito da tempo non c’è). Doveva andare dall’assistente sociale che l’avrebbe aiutata in tutto e per tutto. Non è andata. Senza avvisare, senza chiedere un nuovo appuntamento … sparita. Chissà. Al telefono non risponde nessuno e la casa dove aveva detto che abitava … trovarla! Chissà. Dopo due settimane viene in canonica un’altra ragazza. 21 anni, due bambini. Il secondo di nove mesi non è ancora stato registrato perché il “papà” non vuole riconoscerlo. Lei ha bisogno di lavorare ma finché il bambino non sarà registrato all’anagrafe nessun asilo lo accoglierà. Anche questa volta chiamo il “Centro”, però dopo la faccio salire in furgone e la accompagno fin dentro l’ufficio dell’assistente sociale. Esce con gli occhi lustri. Entro per ringraziare l’assistente sociale. Anche lei è contenta perché la ragazza ha deciso di riprendersi in mano e ricominciare. Molte volte, confida, sono le nuvole della paura a vincere. Questa volta no.

A metà agosto, con padre Saverio, andiamo a fare una settimana di Esercizi Spirituali. A Manta, una città della costa. Tra le varie cose gli ultimi li ho vissuti nel febbraio 2010. C’è la necessità di un tempo di preghiera e di ascolto più profondo. Fuoco e cielo limpido anche per me.

Hasta luego

P. Giovanni

 

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