L’HO CHIUSO FUORI

Quito, 9 maggio 2012

In questa prima settimana di maggio ci stiamo preparando al sacramento della prima comunione. Dei 180 che la riceveranno domenica la maggioranza sono bambini di 9-12 anni. Ci sono anche alcuni adolescenti. Poco a poco stanno scegliendo di testa loro di far parte della parrocchia. Questi sono i giorni della consegna delle tuniche bianche, delle prove, del catechismo serrato, delle confessioni. I bambini sono contenti, sentono che qualcosa di speciale si avvicina. C’é chi ti racconta che il papà ha telefonato dalla Spagna per dirgli che non ci sarà ma che gli vuole bene. C’é chi ti confida che la mamma ha giá spedito un regalo dagli Stati Uniti dove lavora e che la prossima estate ritornerà. C’é chi ti dice con simpatia e luce: “Padrecito, io non tengo peccati. Sono buono e mi comporto sempre bene”, un’altra, con gli occhietti lucidi sussurra che il papà ubriaco stava picchiando la mamma e appena é uscito dalla casa lei é corsa a chiudere la porta perché non potesse rientrare. “Mi dispiace di essermi comportata così, voglio bene a papà, però volevo anche che la mamma smettesse di piangere.” Ti verrebbe da rispondere… ti presto i miei di genitori in modo da gustare un poco che significa quando in casa si sta bene.

Ascoltando un poco questi bambini che si avvicinano con gioia a una festa mi rendo contoanche che quotidianamente vivono un intreccio di relazioni che vanno dalla felicità alla violenza, dai sogni alla paura, dall’amicizia alla solitudine. Domenica riceveranno per la prima volta la comunione e in queste giorni molte volte hanno sentito pronunciare da noi preti e dai catechisti la parola amore… chissà come risuona dentro di loro.

Il mese di maggio in parrocchia non é solo il mese dedicato a Maria ma proprio per il fatto che la parrocchia é intitolata alla mamma di Gesù é anche il mese nel quale festeggiamo i 14 anni di vita di Maria Estrella de la Evangelización. Tra le tante cose nuovo per me é il “Rosario de la aurora”. Ogni sabato del mese sveglia alle 4,20. Alle 5,00 ci si ritrova in uno dei posti strategici della parrocchia: la cappellina di S. Carlos, la casa delle suore, la cappellina di S. José.

Un gruppetto di persone, 25-30. La statua della Madonna in braccio e via, recitando il rosario in processione tra le strade buie buie che poco a poco si rischiarano per dare spazio all’aurora appunto. Ci sono gli anziani, ci sono mamme che prima di svegliare i figli vogliono pregare un poco, c’é anche qualche giovane. Un momento molto semplice, delicato. Alla fine, verso le 6 un tè caldo per continuare la giornata. Per me sarebbe un orario un po’ “discutibile”, ascoltando le mamme però sento che per loro é normale e guardano con perplessità la mia faccia assonnata. Quasi tutti i giorni si alzano anche prima delle 4 e mezzo, prima di uscire per il lavoro devono preparare la colazione e il pranzo per il marito e per i figli e in più riordinare come possono la casa. Lo sposo si porterà il cestino al lavoro, i bambini, ritornando da scuola da soli si scalderà il piatto. Fino a sera la mamma é fuori, anche lei al lavoro. Ci sono mamme che vendono da mangiare lungo le strade, mamme che usano la macchina da cucire confezionando i vestiti o le divise delle varie scuole o collegi, mamme muratrici portando carriole o impilando mattoni, mamme operaie, mamme che lavorano asfaltando le strade o guidando i taxi. Nelle scorse settimane abbiamo fatto rimettere un po’ a posto il tetto della canonica, i muratori erano due: un uomo e sua moglie. Domenica prossima si festeggia “El día de la madre”, la festa della mamma. Al di la dei cuoricini e dei fiorellini i centri commerciali offrono grandi ribassi sugli elettrodomestici, chi invece cerca di racimolare qualche soldino vende per pochi centesimi un cuoricino di plastica attaccato ad una cannuccia, sul cuore tanti auguri “Madrecita de mi vida, madrecita de mi amor, tu eres la luz de mi vida, que me guías con amor”. Un abbraccio alla mia e alle vostre.

¡Nos vemos!

p. Giovanni

 

 

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SE NON CONOSCO NON POSSO AMARE

Quito 30 aprile 2012

Che grande forza il Vangelo! In questo mese mi sto accorgendo che più mi trovo a meditare la Parola, più riesco ad analizzare la mia vita. Il Vangelo di questa domenica  (Gv 10, 11-18) mi ha aiutato a comprendere una cosa: Se non conosco non posso amare.

Il pastore conosce la realtà delle sue pecore: quelle fuori del recinto, quelle dentro del recinto, quelle abbandonate dal mercenario…conosce le loro realtà e con tutte loro ha un un unico grande desiderio: formare un solo gregge.

Rileggendo più volte questo Vangelo mi accorgo che la parola “conoscere”  ritorna molte  volte, come pure la frase “offrire la vita”. Se unisco questi due punti di vista molti  volti di persone iniziano ad affollare la mia mente confermando ancora una volta l’idea che mi sono fatta sull’importanza del conoscere qualcuno per comprendere più da vicino i perchè di determinati comportamenti o scelte di vita. Ritengo importante che come Chiesa (laici, consacrati o sacerdoti) iniziamo a conoscere a livello personale e in profondità le persone che stanno dentro o fuori delle nostre parrocchie. Tutto questo per vivere quel mistero d’amore che Dio ci ha regalato e che vuole che facciamo conoscere ad ogni persona.

In questo periodo io e Byron (animatore con me di un nuovo gruppo giovani della parrocchia nel nuovo quartire Bicentenario) abbiamo scelto di entrare nelle case dei ragazzi per conoscere più da vicino le loro realtà e conversare con i genitori per vedere se sentono importante un gruppo giovani nella vita dei loro figli. Nell’analizzare questa esperienza, come animatori, ci siamo accorti di diverse cose:

Le persone ci hanno aperto volentieri le porte delle case condividendo inquietudini e desideri, affidandoci l’incarico di accompagnare i loro figli in questo periodo di crescita, soprattutto in questo cambio di vita in cui hanno abbandonato gli amici e i parenti più stretti, per iniziare una nuova vita in questo quartiere che arriverà ad ospitare tremila nuclei famigliari.

La maggior parte delle famiglie visitate appartengono alla Chiesa Evangelica, però sono stati battezzati nella chiesa cattolica. Nell’ ascoltare il perchè di questo cambio di religione mi sono stupita che tutti abbiano detto che hanno dovuto cambiare, perchè nella Chiesa Cattolica si fanno solo messe, si ricevono soldi e sei visto come un numero. Di fondo c’era pure una teoria sul fatto che noi cattolici crediamo nei Santi, nelle statue e in Maria, ma queste motivazioni le ho trovate superficiali, perchè quello che queste persone mi stavano comunicando è che come Chiesa Cattolica siamo poco vicino alla gente. Nelle messe che stiamo celebrando ogni 15 giorni in questo quartiere; nel gruppo giovani che io e Byron stiamo seguendo personalmente; nelle diverse attività che come parrocchia proponiamo, noto che le pesrone che si ritengono evangeliche stanno partecipando (a queste diverse proposte) molto attivamente. Questo mi fa capire due cose: che alcuni sacerdoti di questa diocesi pensano solo a fare messe (entrata economica sicura) e così l’idea di Chiesa come comunità (e non come “supermercato di prodotti religiosi”) svanisce, ma è pure vero che se fai speriementare una chiesa fondata sulla gratutità per un bene comune, questa testimonianza viene accolta a piene braccia. La seconda cosa, e la più importante, è che se io incontro la gente riesco comprendere il perchè di certe scelte di vita, riesco comprendere i bisogni di queste persone e con loro si può costruire una Chiesa concreta, soprattutto inizio ad essere testimone di una Chiesa vicina alla gente.

Quest’anno poi  con il gruppo Caritas abbiamo voluto assumerci il progetto C.A.E. (centro di appoggio scolastico), perchè, dopo aver analizzato al realtà dei nostri bambini, ci siamo accorti che nei quartieri più marginali i bambini stavano passando troppe ore per le strade iniziandosi in processi di droga, violenza, abuso, furto e abbandono scolastico a 4-5-6 anni. Troppo piccoli e troppo indifesi. Sylvia, la responsabile della nostra Caritas Parrocchiale, ha aiutato la comunità  a concretizzare una frase per lei è la base di questa Associazione internazionale: “Caritas è il volto sociale della chiesa”… e se noi non ci occupiamo di questi piccoli, chi si occuperà di loro? Conoscere le “strade” dei nostri quartieri, ha accompagnato la nostra parrocchia a cercare di formulare un progetto per dare ai bimbi risposte ai bisogni primari che necessitano per crescere bene.

 

Infine sabato scorso abbiamo partecipato alla festa diocesana dei chierichetti. Nel momento della messa sono tornata indietro di tre anni pensando al primo giorno di gruppo, dove si era presentato solo Javier un ragazzo nero che inizialmente abbiamo dovuto “spingere” per convincerlo a far parte di questo gruppo. Lui, che al tempo aveva 11 anni, aveva questo grande desiderio di essere accanto al padre-sacerdote (come dice sempre lui), ma, siccome nell’altare un nero non si era mai visto, teneva questo suo sogno nascosto. Conversando con lui, gli ho fatto capire che Dio non guarda il colore della pelle, ma il colore delle nostre azione, ossia quanto amore e bene mettiamo nelle cose che facciamo. Grazie a Javier hanno iniziato a partecipare altri 3 ragazzi neri. Grazie soprattutto alla serietà che Javier mette nella messa, il gruppo ha iniziato a ingrandirsi arrivando a 30 chierichetti. Tutto questo perchè abbiamo ascoltato  la “paura di essere nero” e, superando pregiudizi, assecondato  il desiderio di servire il padre che Javier aveva.

Queste tre esperienze quotidiane della nostra parrocchia mi sono venute in mente, perchè sono un riassunto concreto del  Vangelo che questa domenica ci invita  a formare un solo gregge, una sola Chiesa iniziando ad uscire dalle “mure” delle nostre comunità per incontrare le persone e poter iniziare a voler bene alla gente, per poter essere dono per gli altri formulando idee, progetti, attività, gruppi che partano dal vissuto delle persone che si intrecciano nel vissuto dell’ amore di  Dio -Padre- Figlio e Sprito Santo.

Lorenza

 

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ESODI QUOTIDIANI

Quito, aprile 2012

Il mese di marzo si è aperto (e continua!) con esperienze davvero particolari e divertenti.

La patente anzitutto. Quella italiana non è valida per gli stranieri residenti in Ecuador. Ho dovuto partecipare come un baldo giovanotto diciottenne alle lezioni di teoria e di pratica. Iniziavo alle 7 del mattino e terminavo circa le 13.30…praticamente un corso intensivo che mi ha permesso nel corso di due settimane conseguire il tutto con i relativi esami di teoria e pratica. Non mi soffermo a commentare le modalità  con cui si fanno le cose “ufficiali”. Lascio alla vostra curiosità… Il bello è che non posso ancora guidare! Devo sostenere un altro esame di teoria presso la Commissione di Transito per accertare che abbia frequentato una scuola autorizzata e che non siano passate bustarelle sotto banco. Sono già passati 20 giorni e ancora non posso accedere a ‘sto agognato esame che mi permetterebbe di ottenere la patente…  E invece devo ricorrere come la stragrande maggiornaza dei cittadini ecuatoriani al trasporto pubblico.

Gli autobus? La prima volta che ci sono salito è stata per raggiungere la scuolaguida. Per la via della casa parrocchiale passano dei piccoli da 25-30 posti. Mezzi sgangherati che sputano catrame dalle rumorose marmitte, taroccati con luci, lucette di ogni tipo per dare un tocco chic al servizio (credaghe!). Una volta salito per il mio primo viaggio verso Carapungo ho osservato tutto il possibile: l’autista indossava guanti da giardinaggio con le dita tagliate, la leva del cambio era una verga di ferro con un pomello di schotch per non squartare la mano (ecco perchè anche i guanti!), i bastoni per attaccarsi erano tubi per le tende di casa, al vetro rotto avevano rimediato con un sacco nero delle immondizie…

Il viaggio? Come il film “Fast & Furios”. Sorpassi azzardati, competizione con un camion da cava che tentava il sorpasso. Cose viste solo nei film e io là a guardare con occhi increduli. Ma l’autista non considerava il fatto che c’erano degli esseri umani a bordo?

In questo modo iniziavano i miei esodi, però dal 20 di marzo verso il centro di Quito per frequentare il corso di spagnolo. Ore 6.30 di quel mattino esco di casa accompagnato da Lorenza per imparare le coincidenze dei bus. Fatta una piccola escursione di 15 minuti e per di più in salita, arriviamo alla fermata. Dopo due bus che non si sono fermati perchè già strapieni, Lorenza si lancia sul successivo riuscendo ad entrare… Io impacciato in mezzo alla folla che tentava di salire, mi butto attaccandomi come l’eroico Tarzan sulle maniglie delle porte e con la punta dei piedi sulla pedana! Il viaggio è stato in queste condizioni per 5 Km… Poi sono riuscito a farmi spazio e a continuare il viaggio per un’altra ora, appesso ai bastioni o seduto.

“Io no che faccio questa vita per due mesi!” ho pensato e detto con rabbia. I giorni successivi più  o meno sono andati alla stessa maniera. A dire il vero le sto provando tutte per vivere i suddetti esodi con meno stress ma finora il risultato è sempre lo stesso. Facendo due conti: per frequentare 3 ore di lezione impiego quasi 4 ore solo per il viaggio. E allora non faccio altro che osservare chi viaggia con me: studenti, operai, impiegate/i, gente che tenta la fortuna tutti i giorni. Donne che si truccano, bambini che dormono in braccio al fratello o alla sorella maggiore, quasi tutti con le orecchie tappate dalle cuffiete per ascoltare la musica, chi dorme in piedi…il bigliettaio con i suoi ritornelli “Suba, suba por favor! Siga, siga por favor! Avanze al medio! Vaya! Atrás…adelante…” al costo di 25 centesimi o di 35 per la tratta fino al centro della città. E non è finita! Venditori di gelati, patatine, cianfrusaglie varie che, a dire il vero, mi infastidiscono con le loro noiose cantilene.

Questi sono solo alcuni fotogrammi del pendolare che per lunghissimi anni o per tutta la vita deve affrontare/sopportare/soffrire per portare a casa qualche briciola di dollaro.

Infine, la novità dell’ultima ora. Per tutta la Settimana Santa sarò in servizio presso la Cappella di San Luis, poco distante dai confini della nostra parrocchia. All’improvviso l’altra parrocchia si è trovata con un prete in meno… Con piacere mi sono reso disponibile. Già ho celebrato la Messa delle Palme con la breve processione e ora sono pronto per le altre celebrazioni.

Mentre pubblico questo articolo la Pasqua è già passata. Quante attese, promesse, sogni attendono davanti alla pesante pietra … Il Risorto faccia fiorire nella vita di ciascuno momenti e opportunità per una Vita sempre più bella e gioiosa. Auguri!

don Saverio

 

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FAZZOLETTINI di RESURREZIONE

Quito, 12 aprile 2012

Cuendina si trova a Sud di Quito. É una delle frazioni di Amaguaña, a circa 60 km da dove vivo. Il sacerdote va a Cuendina una volta la settimana. Sono una trentina le catechiste che guidano la vita spirituale di questa comunità di casette sparse lungo il pendio di una montagna tagliata a metà da una strada statale.

Durante la Settimana Santa é morta la mamma del sacerdote, così mentre P. Nicola rimaneva a Maria Estrella, P. Saverio dava una mano ad una Cappellina vicina (anche questa senza sacerdote), il giovedì e il venerdì de la Semana Mayor (un altro modo per dire Settimana Santa) ho fatto tappa a Cuendina.

Giovedì Santo alla messa delle 18h00, é la messa della Cena del Signore, la messa della lavanda dei piedi. Arrivo per tempo, le ultime centinaia di metri sono un ottimo allenamento per il nostro fuoristrada, due muli mi sorpassano, si trovano a loro agio. Entro nella Chiesa, le catechiste mi accolgono a braccia aperte e con la luce dei neon un po’ fioca scorgo seduto in prima fila uno vestito da discepolo: tunica, barba finta, turbante, sandali… “bon, ecco il matto del paese” penso sorridendo. Durante la Messa i “matti” diventano prima due, poi, tre, quattro, cinque e infine sei. Tutti vestiti come i discepoli, tunica e sandali. É a loro che, dopo la predica devo lavare i piedi ma facendo due conti e ricordando il Vangelo… mi mancano gli altri sei! Mi guardo attorno perplesso. “Eh Padre”, mi dice il sesto discepolo “si saranno dimenticati, non si preoccupi, continui pure la messa”. Il venerdì grandiosa Via Crucis, ci sono i cavalli, i soldati romani, le pie donne, il Cireneo, le croci, Gesù. La Via Crucis é lunga, le quattordici stazioni devono raggiungere i punti più lontani e le strade principali della frazione. Tre ore camminando. Sotto l’acqua. Il sole estivo dopo poco lascia spazio a un temporale con lampi, tuoni e tanta, tanta, tanta, acqua… e fango. I cavalli scalpitano, Gesù é presto fradicio. La gente corre a proteggere la grande statua del Gesù sofferente caricata sulla macchina della Polizia che apre la processione, due ombrelli non sono sufficienti e per questo la statua viene protetta con una mantellina impermeabile. La gente, i figuranti, camminano e pregano come se niente fosse, io prego di non prendere una polmonite. Mi arriva un ombrello con un chierichetto che lo sostiene, dopo mi trovo avvolto in sacco delle immondizie che si improvvisa mantello. Tre ore di acqua che poi continuano con altre due in Chiesa, sgocciolanti nella preghiera. Alla fine si scherza un po’, mi dicono che ogni anno piove durante la Via Crucis, ma quando é quasi finita.

In parrocchia la Settimana Santa ha visto una cinquantina di ragazzi vivere la Pascua Juvenil, la domenica delle Palme prima e poi dal giovedì Santo a Pasqua tutti i pomeriggi in parrocchia con attività, riflessioni, preghiera e a conclusione la celebrazione della sera insieme alla parrocchia per poi riempire il furgone e le macchine per riaccompagnarli a casa. É stato bello vedere questi ragazzi e gli animatori darci dentro per tentare di sentire al meglio il gusto del Risorto.

Tanti auguri a ciascuno di voi. Grazie per le mail che mi inviate. In queste ultime settimane ne sono arrivate parecchie. Alcune di gioia che chiede di essere condivisa, altre di dolore che chiede di essere ascoltato. A tutte non sono riuscito a rispondere però nella luce accesa della danza di offertorio della domenica di Pasqua (vedi video http://youtu.be/fjcCAHQ3UHk ), nessun nome é mancato.

hasta luego!

P. Giovanni

Cantarán, llorarán razas y hombres, buscarán la esperanza en el dolor, el secreto de la vida es ya presente: resucitó el Señor.” (Liturgia de las Horas)


 

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RIFLETTENDO TRA UNA PEDALATA E IL FIATO CORTO…

Quito, 24 marzo 2012

 

Sabato io e Byron (un animatore della parrocchia e collaboratore nel progetto C.A.E.) abbiamo fatto un bellissimo giro in bici: 40 km di puro sterrato e natura fantastica. Senza sapere, nel nostro pedalare, abbiamo analizzato un tema: la povertà. Siamo partiti raccontandoci alcune esperienze come quella di Guido un magnifico bambino di 7 anni che uno di questi giorni è venuto al C.A.E. con poca voglia di fare i compiti ed era triste perché il suo quaderno non aveva più pagine bianche per completare gli esercizi di matematica. Quando gli ho fatto vedere un quaderno nuovo “pronto per lui” ha fatto un sorriso grandissimo e ha ripreso a fare i compiti con la sua solita passione.

La povertà rende la quotidianità incerta delle necessità basiche; come la realtà di Andrea una bambina di 10 anni che, non avendo un pasto sicuro quotidiano, ha cercato una sua personale soluzione recandosi ogni giorno da un signore che gli dava, in cambio di alcune prestazioni, un po’ di riso e 2-3$ dollari per lei, la sua mamma e i suoi 5 fratelli. A volte la povertà economica, se non è accompagnata con rispetto, può portare a scegliere stili di vita che non si vogliono e che portano all’infelicità. Di fronte a queste due realtà quella che continua “rimbalzare” nei miei ricordi è la ricerca constante di Dayana del volto di Gesù.

Quando sono arrivata in questa parrocchia ho iniziato partecipare a un gruppo biblico di uno dei barrios più lontani della parrocchia dove ho conosciuto Dayana che con i suoi 7 anni mi aveva chiesto: “¿Lorenza, tu ves Jesús? Porque lo siento mucho yo no” (Lorenza, tu vedi Gesù? Io no…mi dispiace molto). Sempre lei un sabato di due mesi fa, mentre stava aspettando la sua ora di catechismo, mi dice: “Lorenza, quiero confiarte algo: Este texto sobre la llamada de Samuel lo leo casi todos los dias, es mi preferido, pero no entiendo el porque sigo si sentir la voz del Señor” (Lorenza , voglio confidarti una cosa: questo brano sulla chiamata di Samuele lo leggo quasi tutti i giorni, è il mio preferito, ma non capisco il perché continuo a non sentire la voce del Signore). Dayana così piccola e con la voglia di incontrare il Signore, nonostante la sua povertà economica e culturale che tutti i giorni vive in casa. Personalmente Dayana mi sta accompagnando a comprendere che nella povertà una persona cerca di incontrare Dio ponendo nel suo volto la Speranza di un presente e un futuro migliore.

Mentre il fango ci stava sporcando le bici e i moscerini si attaccavano al nostro corpo come colla, Byron mi ha detto: “La pobreza nos acerca a Dios” (la povertà ci avvicina a Dio). Da sabato mi sto portando dentro questa frase cercando di sminuzzarla bene per comprenderla nella stessa intimità che Byron me l’ha condivisa. Fino ad oggi sono arrivata a questo pensiero: vivere nella povertà economica mi può aiutare, no per essere più vicina ai poveri, ma per essere più vicina a Dio. Se mi privo delle cose che non sono vitali, se vivo come San Francesco del Puro Vangelo confidando nella Provvidenza inizio a toccare con più verità Dio. Non si è poveri solo per essere testimoni di una Chiesa che si fa povera con i poveri, si è poveri per iniziare a vivere gli stessi sentimenti di Gesù che si è fatto povero in Dayana, Guido, Andrea e in tanta altra gente che tutti i giorni incontriamo. Purtroppo non ho fatto grandi studi teologici (a dire il vero il corso laico che avevo provato frequentare di notte a Padova, mi aiutava a far “ riposare” con un sano sonno, le mie stanchezze giornaliere), ma qui la “teologia di tutti i giorni” mi sta dicendo che se voglio incontrare fino all’estremo della mia intimità Dio, devo iniziare a togliere dalla mia vita tutta la parte economica che distoglie il mio tempo e i miei pensieri da Dio.

Come Chiesa, come parrocchia, dobbiamo entrare in preghiera nella povertà di Guido, Dayana e soprattutto Andrea per accompagnarli a non disprezzare questa parola, ma attraverso la nostra delicatezza, la nostra presenza, le nostre attenzioni, la nostra voglia di fare i compiti con loro e di giocare dobbiamo far sperimentare il Dio che la nostra povertà ci ha fatto conoscere.

Oggi sento che è importante conoscere la povertà, non per la testimonianza che si può dare alla gente del mondo, ma per incontrare la vera intimità con Dio che mi può aiutare a comprendere di più le diverse povertà delle persone che ogni giorno incontro, soprattutto quelle che a volte non comprendo perché sono fuori dai miei canoni di servizio alla Chiesa.

Spero che questo desiderio di arrivare alla fonte della povertà possa accompagnarmi per molto tempo, soprattutto in questa Settimana Santa.

Lorenza

 

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Olimpiadi… Arrivo!!!

Decisamente tutti i velocisti muscolosi e scattanti dei Caraibi possono andare a nascondersi.

Cosa è successo? Presto detto:Mercoledì verso le 12.00 ero a casa da solo. Suonano al campanello della parrocchia. Vado ad aprire e un signore vecchietto con i baffi grigi e una borsa con la bolla, la cazzuola, e altri attrezzi da muratore, le braghe un po’ sporche di cemento mi chiede di parlarmi. La storia è che stava prendendo il bus per andare a lavorare per tre settimane in Oriente (sarebbe la zona amazzonica dove ci son i pozzi di petrolio) e l’hanno assaltato finchè andava in stazione dei bus fregandogli soldi e la valigia con i vestiti, mi chiedeva in prestito i soldi del biglietto.

La storia sembrava mezza vera e mezza frottola, però a domande successive mi ha presentanto documenti, risposte convincenti.. E così mi son deciso di aiutarlo.

Io, da dilettante della carità sono un po’ così: se ho due soldi e anche solo il dubbio che un povero abbia bisogno, preferisco che mi freghi che mandarlo a mani vuote… Chiaro che ho memoria ferrea e in caso mi imbroglia solo una volta.. Al massimo due… Ma tre volte bon… no!

Mentre mi firmava la ricevuta del “prestito” entrava Nicola Zerbetto (missionario laico con cui condivido l’esperienza nella parrocchia “San Lucas Evangelista” di Carcelén Bajo), il vecchietto si alza, mi saluta ed esce dalla porta. Chiedo a Nicola: “Conosci il tipo che è appena uscito?” Mi risponde: “non gli avrai dato soldi?” Dico: “Perché?” Ribatte: “è un buon attore…l’anno scorso ci ha fregato con una storia che non aveva i soldi per seppellire suo papà e doveva comprargli la bara, poi abbiamo scoperto che non era niente vero…”

Questo dialogo sarà durato un minuto e mezzo… Un minuto e mezzo di vantaggio del falsone… Apro la porta e con repentino scatto e decisione intraprendo un inseguimento giù per le scale, fuori in piazza, per la strada, degno della “celere” (la Rosanna, amica campionessa-allenatrice delle Fiamme Oro, sarebbe stata fiera di me!). Il vecio con la coda dell’occhio, mi vede nell’impeto atletico e cerca di accelerare il passo… Ehhh caro mio, te sarè anca furbetto, ma gò 20 anni de manco! Quasi senza fiato (un po’ me ne tenevo per dirgliene quattro!) lo raggiungo e gli dico che so che quel che mi ha detto non era vero…

Mi fa: Va beh… ti ridò indietro i soldi. E così è stato.

Questa rapida storia di vita mi fa riflettere:

  • La storia era credibile perchè purtroppo ci sono “assalti”, la micro-criminalità cresce… Il fascino di vivere rubando all’altro che ha qualcosa è forte (credo anche a Padova)… La soddisfazione di vivere con il sudore della fronte non sempre fa presa. c’è una strofa del canto del Padre Nostro scritto da mons. Leonidas Proaño che dice: ”Que a ninguno nos falte el trabajo,
    Que el pan es mas pan cuando hubo el esfuerzo. ”
    (Che a nessuno manchi il lavoro, chè il pane è più pane quando c’è stato lo sforzo)
    Che bello: un pane che è più pane perchè mi è costato lo sforzo e fatica. Mi piace!
  • Delude un po’ credere alle persone (con un po’ di prudenza ma senza sospetti) e scoprire che si approfittano della “buona fede”… Perchè fanno germogliare il sospetto… Il rischio la prossima volta è di sospettare dei poveri e magari han bisogno davvero!! Il male genera male, ed è brutta ‘sta cosa! Ma penso che non mi farò fregare e continuerò a pensar bene delle persone (forse con un po’ più di prudenza).
  • Anche questo imbroglione è mio fratello.. Scaltro… Mi torna in mente l’amministratore astuto del vangelo… Son più scaltri, fantasiosi, creativi quelli che (speriamo per bisogno) usano mezzi discutibili per ottenere qualcosa. Mettiamoci un po’ più di fantasia nel bene, porca miseria!

Ero senza fiato e con male alle gambe… Decisamente son fuori allenamento, nonostante il successo della “persecuzione”. Quasi quasi mi sarebbe piaciuto andare alle Olimpiadi, ma le mie gambe son fuori allenamento… Per non parlare del cuore… A quando le Olimpiadi della carità? Là sì devo allenarmi tanto.. Beh, cominciamo… Chissà che con ostinata costanza nel bene riusciamo a far qualcosa di buono e a vincere il premio di aver aiutato qualcuno.

Buona Quaresima, tempo di allenamento-esercizi spirituali: preghiera, elemosina, digiuno.

padre Mauro

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PABLITO (come ti estraggo un coniglio da un cappello)

Questo simpatico coniglietto è l’argomento della riflessione di oggi.

Mi hanno regalato un coniglio e dopo aver provato a metterlo nel giardino con i miei cagnoloni con conseguente fuga dalla sua gabbia e “ri-cattura” con ingegnose trappole   (seee, colpo di fortuna che si è infilato in un buco fra i due muri della casa e attirandolo dall’altra parte con un po’ di cibo si è lasciato prendere) ho dovuto trovargli un altro spazio per vivere.

Unico altro spazio “chiuso” è un canton della casa parrocchiale totalmente aperto con una porta di ferro dalle sbarre piuttosto larghe proprio di lato alla porta della casa parrocchiale, insomma un posto di passaggio. Non si nota al primo colpo passando ,ma i bambini sono attentissimi ai dettagli quindi loro sì lo hanno notato. Insomma il coniglio è diventato un punto di incontro con alcuni di loro, una scusa per tacar boton come si dice in veneto.

Proprio questi piccoli momenti con i ragazzi/bambini mi fanno sentire a casa. Come sono simili i bambini in tutto il mondo, come sono simili i bambini di qui con quelli della mia piccola Tribano, si avvicinano tutti silenziosi alla porta quando gli sto dando da mangiare o pulendo la gabbia e chiedono “Possiamo entrare? …ce lo fai vedere da vicino? …possiamo accarezzarlo? …ma morde? …io ne avevo uno ma poi ce lo siamo mangiato… Mia nonna nel campo ne ha qualcuno… Io ho dei cuy (porcellini d’india)….”.

Quante domande quanta curiosità ma che meravigliosa capacità di stupirsi, vedere i loro occhi finché “giocano” con il coniglio, “fucy pero esta sucio” ( que schifo è sporco) ma non lo mollano. Insomma i bambini sono “simili” in tutto il mondo, qui in periferia le possibilità economiche non sono moltissime quindi la maggior parte si accontenta di giochi “genuini”, e un coniglio diventa un “evento speciale”.

Mi chiedo perché non riusciamo a conservare questa genuina capacità di stupirsi della vita, anch’io penso ma è solo un coniglio, però non è solo questo…

E’ qualcosa di “nuovo” per molti bambini e quindi è meraviglioso.

Ringrazio Dio per mandare questi angeli che mi ricordano quanto meravigliosa è la Vita, quando ogni giorno porta con sè regali incredibili racchiusi in piccoli dettagli, nascosti dietro la mia cecità/incapacità di stupirmi perché l’ho già visto o provato.

Grazie angioletti.

Nicola Z.

P.S.: il coniglio è ora all’ingrasso per vedere se con le patate al forno o alla griglia sarà un buon pranzo o cena


 

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ESCURSIONE IN MINIGONNA

Il “Feriado de Carnaval”, domenica, lunedì e martedì prima della Ceneri, è un lungo ponte durante il quale chi vive lontano dai suoi cari ne approfitta per raggiungerli e stare un po’ insieme con loro. Sono giorni di traffico caotico, di esodo. I pullman pieni, le strade intasate, secchiate di acqua che bambini e adulti si lanciano. “Fare Carnevale” significa giocare a gavettoni. Non importa se fa freddo o caldo, non importa se sei un amico o un parente o un perfetto sconosciuto, non importa se sei in macchina o a piedi, e tantomeno importa se il finestrino è abbassato o chiuso. Ogni incrocio, ogni balcone può trasformarsi in un’improvvisa cascata… e non sai nemmeno con chi prendertela, ti toccherebbe “mandare al caldo” tutto il paese.

 

A proposito di cascata con i giovani della parrocchia, la domenica del “feriado” abbiamo fatto una piccola scampagnata… non tutti hanno la possibilità di viaggiare, non tutti hanno piacere di stare in casa con i genitori, non tutti hanno i genitori. Due ore di corriera, di cui una di sterrato, un’oretta e mezza di escursione, non difficile ma comunque… escursione. Alle 7 davanti alla Chiesa, in cerchio per fare la preghiera. Io scarponi e calzini grossi, zaino in spalla, nello zaino maglietta di ricambio e poncho impermeabile che non si sa mai e carta igienica che… non si sa mai. Salutando mi accorgo di tre ragazze in minigonna, un’altra con gli stivali, non quelli per andare nei campi, altri con le scarpette di tela. Pochi gli zaini, alcune borsette. “Andremo in spiaggia” penso io, “Voglio proprio vedere quando sarà ora di camminare… ci toccherà portarle in braccio” e mi preparo a un calvario più che un’escursione. Scesi dal bus iniziamo a camminare, fango, fango, fango. Questa è una stagione in cui piove quasi ogni giorno, e soprattutto all’ombra degli alberi il terreno è molle e scivoloso. I miei scarponi affondano quasi alla caviglia, anche gli stivali con il tacco della ragazza e le scarpette di tela dei ragazzi. Nessuno brontola. Si cammina, si ride, si scherza, si ascolta. Dove la cascata finisce il suo salto di 50 metri, c’è uno spiazzo e una piccola laguna. Il rumore dell’acqua si fa sentire, l’acqua solo a vederla ti dice che è fredda… e tanto! Scarpette di tela, stivali e minigonne si lanciano correndo, dopo due secondi ritornano a riva rabbrividendo ma è solo per prendere la rincorsa e tentare di avvicinarsi il più possibile agli spruzzi d’acqua. Sotto la potenza e la forza dell’acqua è bello vedere la semplicità e la gioia sincera di questi ragazzi, che tentano di attraversare la laguna, che fradici escono dall’acqua e si rendono conto che forse sarebbe stato meglio portarsi un paio di scarpe di ricambio… o almeno i calzini. Capelli bagnati, i vestiti di più, c’è da ritornare, il pranzo, i giochi, la messa insieme. Non un lamento e nemmeno un “Uffa!”, non un “Quanto manca?” e nemmeno un “Era meglio se restavo a casa”. Salendo in corriera le scarpe di Edoardo si fermano nel cestino della spazzatura, sono rotte. Piedi nudi e calzini bagnati si ritorna a casa.

Ai giovani, come animatori, durante la Quaresima abbiamo fatto la proposta di pregare ogni sera l’uno per l’altro in modo che il cammino di ciascuno verso la Pasqua sia accompagnato dalla forza della preghiera di altri 50. Abbiamo fatto loro anche la proposta di digiunare una sera la settimana, il corrispettivo della cena lo daremo alla Caritas della Parrocchia, per dare un piccolo aiuto a chi tra i poveri lo è di più. La preghiera e l’aiuto reciproco accompagnino anche la Quaresima di ciascuno di voi.

“Ya se avecina el día, el día tuyo, volverá a florecer el universo; compartamos su gozo los que fuimos devueltos por tu mano a tus senderos.” (Liturgia de las Horas)

Nos vemos.

P. Giovanni

 

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AUGURI di FELICE ANNIVERSARIO MAMMA e PAPA’!

Quito, 29 febbraio 2012

 

 

Oggi i miei genitori festeggiano 52 di matrimonio; 52 anni di vita intrisa di gioie, dolori e soprattutto di Fede. A volte penso che la mia relazione con Dio me l’abbiano insegnata loro tutte le volte che si pregava come famiglia prima dei pasti o prima di andare a letto. Mamma poi, mi ha passato la passione per l’A.C. e di conseguenza per la parrocchia; non è riuscita trasmettermi la partecipazione per la politica, però la parola giustizia sì. Papà, da buono contadino, mi ha passato la passione nel lavoro e quando le intemperie si facevano vive, mi ricordo che correva sotto la pioggia a mettere nei campi una croce che si benediceva in maggio con la speranza che tutto finisse senza rovinare il futuro raccolto. Credo che noi cinque figli abbiamo tutti attinto dalla sorgente di Fede dei nostri genitori, per poi continuare con un personale cammino all’interno della Chiesa.

Pensando ai 52 anni di matrimonio dei miei mi chiedo se questo modello oggi è ancora possibile, soprattutto mi chiedo se una persona senza questi riferimenti famigliari di “iniziazione” alla fede, possa crescere credendo nella vita, nella felicità, nello star bene. Se mi guardo attorno

qui in Ecuador, scopro che ci sono famiglie giovani Italiane che appartengono a ONG come l’“Operazione Mato Grosso” che continuano a radicare la loro vita di coppia e di famiglia nella Fede. Conversando con alcune di loro che vivono qui, mi accorgo della grande generosità Evangelica che stanno trasmettendo ai figli e che testimoniano alle famiglie dell’Ecuador.

Se però mi metto osservare da vicino la realtà della mia parrocchia “Maria Estrella de la Evangelizaciòn”, percepisco che la parola “abbandono” può essere il termine che descrive correttamente molte realtà che le persone hanno vissuto o stanno vivendo a livello famigliare.

Abbandono, perché i genitori decidono di immigrare per cercare un’entrata economica sicura e migliore, lasciando i figli in custodia ai nonni, e se trovano un lavoro qui in Quito, sono costretti a star fuori di casa a volte per più di dodici ore al giorno lasciando i figli a casa da soli.

Abbandono poiché alcune ragazzine di 14-15 anni quando sanno di aspettare un figlio vengono abbandonate dal fidanzato e nella solitudine cominciano a crescere un figlio. Alcune volte queste mamme, quando si avvicinano ai 20-22, anni iniziano a “ri-vivere” la loro giovinezza frequentando locali ricreativi lasciando i bambini a casa da soli per 1 o 2 giorni consecutivi.

Ci sono alcune mogli che dopo anni di sofferenza, decidono di abbandonare un marito che, a causa dell’alcool, è diventato troppo violento.

Ci sono bambini e adolescenti, che per scappare dai diversi tipi di violenza che ricevono tutti i giorni, scappano e abbandonano la loro casa.

Alcuni genitori anziani poi, sono abbandonati e buttati fuori dalla loro casa dai loro figli.

Di fronte a questo stile di famiglia basato (a mio parere) un po’ sull’abbandono mi chiedo se a queste persone che soffrono si possa dare un presente e un futuro differente. A  volte ci sono adulti che non vogliono cambiare, non accettano di dare una svolta alla loro vita pregiudicando così il bene per se stessi e per i loro cari.

Allora, che cosa si può fare di fronte  a queste realtà famigliari? Secondo me quando una famiglia mette al centro del suo vivere la Fede, trasforma il Vangelo in azioni quotidiane e se i figli non porteranno avanti le scelte dei genitori, avranno sempre una “radice” che li sosterrà nelle scelte future. Per le famiglie che qui si possono trovare in difficoltà, possiamo solo generare azioni di bene che siano in grado di permettere un cambio, e quando un adulto si rifiuta di  accettare questo bene, non dobbiamo mollare, ma iniziare azioni che accompagnino i più piccoli, a scoprire un po’ alla volta, la forza dell’amore gratuito di Dio.

Ci sono bambini che non potranno mai vivere e comprendere pienamente il significato della famiglia, ma noi come parrocchia possiamo essere, tramite le nostre azioni, quello strumento di bene che porta a un cambio che accompagni la persona a credere nella famiglia come generatrice di Fede e di bene.

Proprio in questi giorni David, un fantastico bambino di 6 anni (abbandonato dalla mamma un po’ di tempo fa), mi ha detto: “Lorenza, mia nonna mi ha detto che oggi non devo fermarmi al C.A.E., ma andare dritto alla casa ed io non voglio perché qui con voi sto bene”. David è un riassunto concreto dei pensieri che mi hanno accompagnato in questo mese di febbraio, sulla famiglia.

Buona vita in famiglia e …

… Auguri mamma e papà, grazie per la testimonianza di Fede che ci avete dato in questi 52 anni e che noi possiamo trasmettere e far vivere ad altre persone.

 

Lorenza

 

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QUANTO MISURA…?

Quito, 23 febbraio 2012

Un sabato sera terminata la Messa nella cappella di San Carlos, una bambina di circa 10 anni si avvicinò e con occhi curiosi mi chiese: “Padre, posso farle una domanda?”, “Sì, certo” le risposi con il timore di chi sfoglia le poche balbettanti del nuovo vocabolario spagnolo. “Quanto misura la sua altezza?”. Le risposi senza difficoltà e mi sono detto “Che fortunato!” perché non ha chiesto quanto peso… L’avrei impressionata ulteriormente!

Una scena che mi accompagna in questo inizio così fragile e carico di novità. “Quanto misura…?” Sì, mi sento osservato dai bambini che notano i diradati capelli di cui alcuni bianchi, che mi accarezzano la barba talvolta incolta, che guardano sbalorditi le mie scarpe simili al loro zainetto, che si attaccano alle lunghe braccia trasformandosi in una giostra. Come pure mi sento osservato dai più grandi che mi puntano i loro sguardi, dai lineamenti scuri, per capire chi sono, come sono e cosa sarò …

Altrettanto io faccio un’operazione simile alla loro: guardo, osservo, misuro. Come mi vedo? Mi vedo come un uomo con una mano vuota e l’altra che impugna una piccola clessidra.

Durante le lunghe ore in aereo leggevo in due diversi libri l’espressione citata dairispettivi autori. Un parabola della mistica sufi descrive la vita come una clessidra che si svuota inesorabilmente ma con gioia, della propria sabbia. La gioia della clessidra nasce da una certezza: sa che una mano all’improvviso, la capovolgerà.

Ma guarda un po’! Mera coincidenza o santa Provvidenza? Io finora non ho fatto che misurare tutto quello che ho visto e sperimentato. Misurare nel senso di accorgermi, stupirmi, prendere in considerazione… per riempire l’ampolla della clessidra. Misuro i giorni dalla mia partenza dall’Italia. Misuro le pagine di grammatica spagnola sfogliate finora. Misuro la mia incapacità comunicativa. Misuro la dedizione, il lavoro, la pazienza, i sogni e le fatiche dei miei compagni missionari… Misuro l’enorme quantità di bambini presenti ovunque. Misuro la bontà e la capacità di accoglienza di questo popolo. Misuro la bellezza selvaggia delle foreste abitata dalle miti comunità indigene. Misuro quante coperte occorrono per affrontare le fresche notti della Sierra. Misuro le buche, la polvere, la vita di periferia. Misuro il rumoroso passaggio di aerei, bus e camion. Misuro i branchi affamati di cani randagi attorno alla spazzatura. Misuro la (poca) gente che partecipa vita della Comunità (celebrazioni, ecc…). Misuro l’erogazione di acqua dal fonte battesimale per le abbondantissime e piovose benedizioni. Misuro i numerosi e festanti abbracci dei bimbi. Misuro la recente connessione ad internet che (ovviamente!) non corrisponde al contratto. Misuro le Messe che ho presieduto condite dalle mie prime riflessioni e il conferimento del battesimo a 5 bambini (che successo!). Misuro la mia buona salute.

…misuro…

Ogni momento vissuto è una manciata di quei granelli che riempiono la clessidra di cui lei stessa gode in sacro silenzio il movimento che la fa esistere.

“Quanto misura, padre…?” Una semplice domanda interpretata alla luce di un’esperienza che lentamente sta travasando dentro e fuori di me, da un continente all’altro, ricchezze e povertà.

A te che ci pensi con simpatia, magari regalandoci una preghierina, auguro per la Quaresima che sta per iniziare un fruttuoso cammino di conversione. Per dirla con altre parole: lasciamoci prendere e rovesciare dall’abbondante mano di Dio!

 

don Saverio

Clicca il link e guarda il video “Meravigliosa Creatura”  http://youtu.be/5pezEK-7FTU

 

 

 

 

Il primo battesimo celebrato da don Saverio

 

 

 

 

 

Il bimbo più piccolo (Richard) è uno dei 5 battezzati.

Don Nicola e don Saverio ai piedi de “El Cristo de la Concordia” di Cochabamba (Bolivia)

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